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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 08:48:06 +0000</pubDate>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 184</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 07:47:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Fedeltà del Suono n. 184 - Aprile 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“E venne pronunciata la parola “oro” e subito il saggio pensò all’oro delle conoscenza... il guerriero pensò all’oro del bottino... il mercante pensò all’oro del guadagno... il mendicante pensò all’oro dell’obolo...”</em></p>
<p>Ritengo, dal profondo della mia oramai smaliziata esperienza, che le parole di questo antico aforisma andrebbero stampate a caratteri cubitali su tutte le riviste, i siti, le interviste o quant’altro... ove si stia per argomentare di “riproduzione del suono ad alta fedeltà”!<br />
Quando, infatti, si inizia a dialogare su tale tema si nota che ognuno, immediatamente, tende ad andare per strade diverse e ognuno ha già nella sua testa tutta una serie di scansioni mentali che ben poco collimano con quelle degli altri interlocutori: basta andare sui vari forum (paradigmaticamente, leggo sempre quello sicuramente più importante, Videohifi... ed è significativo seguirlo per capire quanto ancora debba maturare questo nostro mercato...) per verificare come, spesso, manchi una comune impostazione lessicale; come si continui a discutere e controbattere, con nella propria ottica una “terminologia” ed una “consecutio temporum” completamente diversa da quella della controparte...<br />
Quando si parla di <strong>“misure”</strong>, poi, la cosa assume risvolti che hanno davvero del patetico e dell’incredibile: i sostenitori dei contrapposti schieramenti (sarebbe divertente fare la scan- sione dei vari nickname per conteggiare gli adepti dell’una e dell’altra compagine!) da anni si scannano con vigore e determinazione dando, ovviamente, ogni sorta di epitteti exornativi ai seguaci dell’opposta fazione! E, tentando una bonaria conciliazione, potremmo dire che tutti hanno una loro logica ed una loro “ragione”, ma tutti dimenticano di chiedersi, con un po’ di buona volontà, di autocritica e di precisione, quale sia il nesso delle parole che stanno pronunciando e quale sia la correlazione con le argomentazioni dei “contendenti”... Vorrei così tentare, con un forse inutile ma assai volonteroso sforzo, di mettere pietre sepolcrali sull’ormai stantio ed apparentemente irrisolvibile argomento; vorrei tentare, insomma, un’ulteriore e semplice disamina <strong>sull’importanza delle misure</strong> nelle apparecchiature per la riproduzione del suono. Una delle prime considerazioni che potremmo portare in campo, riguarda proprio l’aforisma iniziale; se alle quattro caste nominate, dei <em>brahamani</em> (sacerdoti), degli <em>kshatriya</em> (il re e i guerrieri), dei <em>vaishya</em> (agricoltori e mercanti) e <em>shudra</em> (servi), aggiungessimo anche quella, ipotetica, dei <strong>“tecnici contemporanei”</strong>, questi penserebbero subito che <strong>“oro”</strong> è “....un elemento chimico, con numero atomico 79, di colore giallo, duttile, malleabil, ecc., ecc., ecc.”, dimostrando di essere gli unici che hanno incontro- vertibilmente ragione, ma dimostrando, anche, di essere gli unici che, in fin dei conti, <strong>non hanno capito nulla</strong>... che non hanno capito la metafora e, soprattutto, non hanno capito che l’intera vita... è tutta una metafora! Quindi, per tornare in argomento, allora, “<strong>cos’è” questa benedetta misura?</strong> Possiamo sicuramente dire che <strong>per il progettista-costruttore</strong> è uno strumento indispensabile: senza misure, in linea di massima, non saprebbe come “lavorare”, gli mancherebbero i ferri del mestiere, egli sarebbe come uno scultore senza scalpello o un pittore senza pennelli... <strong>Per il recensore, attento e competente</strong>, la misura è un’indicazione che può gettare le basi della sua analisi, può parlare chiaro sulla filosofia costruttiva di chi ha voluto creare quel prodotto, può rendere evidenti le “modalità” scelte, la tipologia degli “ingredienti” usati, può dare chiara indicazione di quali siano le priorità abbracciate, nell’immensa casistica delle realizzazioni possibili. Basti pensare all’abissale differenza progettuale esistente fra chi ha scelto di avere una banda passante che arrivi ai mega- hertz e chi (creando egualmente eccezionali strumenti di riproduzione musicale...), invece, non si cura se già a 18khz la sua creatura incomincia a dare chiari segni di disinteresse... Non parliamo poi della “potenza” esprimibile: c’è chi si colloca nel “piccolo è bello” e vuol giocare nei chiaroscuri del minimale, e chi invece vuole “muscoli possenti” per poter riprodurre le possibili, mastodontiche energie in gioco. Nell’automobilismo (esemplificando in altri settori dell’umana creatività) parimenti c’è chi realizza telai in legno per sentire la struttura che “respira” quando si viaggia in esaltanti “passeggiate”, nella silente natura... c’è chi vuol mettere millanta cavalli nel motore per poter rombare, più veloce ed aggressivo di tutti gli altri automobilisti, sulle strade della competitività... c’è, poi, chi pensa a tutti coloro che non possono permettersi né le digressioni poetiche, né le imprese corsaiole e devono comprarsi l’auto solo “per lavoro”... Ovviamente, possiamo tutti capire che, da queste diverse istanze, nasceranno prodotti <strong>assolutamente diversi!</strong> <strong>Per l’utente finale</strong>, poi, le misure sono l’elemento più soggetto ad ogni tipo di considerazione: c’è chi le disprezza, c’è chi le pretende, c’è chi “non ne vuol sentir parlare”, c’è chi “prima le misure... perché, chi sa leggerle, da lì capisce tutto (tutto cosa... magari poi non è così chiaro...)”, c’è chi “non mi servono a nulla”, c’è chi vuol conoscerle per correlarle con il costo... Insomma, personalmente devo dire che, verso le misure, ho visto ogni sorta di atteggiamento. Direi proprio un continuum: dal massimo interesse al massimo disinteresse! Ma <strong>per tutti noi, </strong>che adesso ne parliamo, cosa possono esprimere, cosa ci possono dire, queste così chiacchierate misure, sulla qualità della riproduzione? Sono esaustive? Bastano loro per valutare questa benedetta capacità di riprodurre musica? <strong>Si o No ?</strong> <strong>Per me</strong>, che, nella sempre maggiore consapevolezza, ormai ho riunificato tutte le apparenti dicotomie, il problema proprio non sussiste! Anzi, mi trovo anche un po’ in difficoltà a dibatterne, semplicemente perché, senza qualcuno che mi faccia il contraltare, stento anche ad individuare dove effettivamente stia il problema... vedo e sento che gli altri discutono e si insultano ma, in verità, faccio fatica a razionalizzare le ragioni del contendere.... Forse, a tutti coloro che ancora sull’argomento si scontrano, manca totalmente il concetto di<strong> “contestualizzazione”: cosa</strong>, cioè, <strong>sia più importante per dire, o fare, cosa</strong>...e quale sia il peso “gerarchico” di ogni singolo parametro sulla strada che, <strong>passando per la quantità, porti alla qualità... </strong>Faccio un esempio semplicissimo: qualcuno potrebbe affermare, senza tema di essere smentito, che collegare l’impianto alla presa della corrente, è la cosa più importante, e che il giusto voltaggio sia fondamentale perché altrimenti si brucia tutto!... e nessuno potrebbe dargli torto, ma penso che saremmo tutti d’accordo nel considerare l’affermazione... abbastanza idiota! In continua scala di valori potremmo, poi, affermare che è molto importante che l’apparecchio non abbia a distorcere, ma anche qui, se abbiamo un minimo di competenza, comprendiamo che <strong>non sta solo lì</strong> la qualità... e avanti, avanti, avanti potremmo passare in rassegna tutte le “caratteristiche tecniche”, ma <strong>non avremmo mai la certezza</strong> che, pur avendo soddisfatti tutti i vari parametri di misura, si possa sicuramente approdare alla qualità desiderata! Proprio perché <strong>la qualità</strong>, per definizione, sfugge a qualsivoglia possibilità di “imbrigliamento”: tutto ciò che è imbrigliabile, soggiogabile, misurabile, sempre per definizione, si chiama <strong>quantità</strong>! Direi, allora, che, forse, l’affermazione più semplice e vera potrebbe essere questa: <strong>“Nella ricerca della qualità, il soddisfare tutta una serie di misure è condizione sicuramente necessaria, ma non certo sufficiente”</strong>. Gerarchicamente, quindi, la misura è l’obbligatorio “sgabello”, ma non è detto che, salendoci, si arrivi sicuramente all’ineffabile meta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 183</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 07:45:50 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Abito, da qualche anno, all’interno di un parco cittadino costituito attorno a ciò che rimane di un vecchio castello e così, quando al mattino devo riprendere la mia auto, parcheggiata lungo un fascinoso viale alberato che domina i tetti della città, a volte vedo una non più giovane signora che fa la sua “ginnastica mattutina” e, guardandola, non può non venirmi alla mente quella diffusa usanza cinese, praticata anche da persone molto anziane, di <strong>muoversi ritmicamente</strong>, anche nei più svariati spazi pubblici, quasi seguendo il filo di lente geometrie interiori... Mi viene spontaneo, però, <strong>mettere a confronto</strong> le <strong>armoniose movenze</strong> di quest’ultimi con i goffi e <strong>sgraziati movimenti</strong> dell’attempata ex fanciulla che incrocio sul viale ed è altrettanto immediato il cercare di reperire le ragioni di queste macroscopiche differenze.<br />
Credo che questa grande diversità di “eleganza” gestuale, indipendentemente dalle evidenti valutazioni che si potrebbero fare per i singoli casi, dipenda da <strong>consuetudini stratificate</strong>. Per la millenaria cultura cinese, anche un semplice movimento è la manifestazione di un profondo, ormai connaturato, convincimento, è l’esteriorizzazione di un semplice ordine interiore, e invece, per la <strong>modaiola mentalità </strong>occidentale, fare footing o jogging o stretching è un qualcosa che deriva da scimmiottature indotte da ciò che vediamo al cinema o in televisione, oppure da <strong>salutistiche</strong>, sempre modaiole, <strong>aspettative</strong>... per cui il gesto risulta essere stantio, scoordinato e per nulla correlato all’essenza di chi lo esegue.<br />
Immagino che molti di voi si staranno chiedendo quale nesso ci possa essere fra le ginnastiche dei differenti vecchietti e la riproduzione del suono... ma anche nell’ascolto, a mio avviso, <strong>emerge</strong> sicuramente la <strong>stratificazione culturale</strong> del padrone di quell’organo (vedi articolo del mese scorso) che traduce le oscillazioni di pressione, in suono.<br />
Ognuno, infatti, ascolta in maniera differente perché <strong>ognuno crea</strong>, all’interno del suo percepire, <strong>un suono differente</strong>; e questo creare è il frutto della “storia” di ogni singolo individuo. A mio modesto avviso, questa è la ragione di base per la quale notiamo <strong>l’incomunicabilità</strong> che, quasi sempre, regna nelle discussioni che si articolano all’interno dello stravagante mondo audiofilo: senza una base culturale analoga, senza una “dimensione di vita” condivisibile, senza una scala di valori raffrontabile ognuno, in un certo senso, parla una lingua che gli altri difficilmente possono capire! Per cercare di “illuminare” questi non facilissimi concetti, vi voglio raccontare una mia recentissima esperienza con un grande insegnante di pianoforte. Ho il piacere e l’onore di avere fra i miei clienti Leonid Margarius, un maestro che insegna all’Accademia Musicale di Imola. Egli è di certo un <strong>eccezionale insegnante </strong>se pensiamo che vari suoi allievi hanno vinto, in giovanissima età, concorsi pianistici di importanza mondiale! Ucraino di nascita, ha iniziato giovanissimo i suoi studi pianistici sotto la guida di Regina Horowitz ed ora è considerato uno dei massimi esperti in materia. Abbiamo trascorso un interessante pomeriggio assieme, nella <strong>ricerca di un diffusore</strong> che soddisfacesse le sue esigenze che, ovviamente... riguardano il mondo pianistico! Gli ho fatto ascoltare una decina di prodotti e, per me, era affascinante osservare le espressioni del suo volto che, al variare della tipologia dei vari diffusori, assumevano chiarissimi segni di <strong>“promozione o bocciatura”</strong>. Data la cordialità del nostro rapporto, lui farciva gli ascolti con commenti ed esemplificazioni estremamente frizzanti e divertenti... mi raccontava, per esempio, di come egli sia costretto a far “impazzire” coloro che non sanno “sentire” e scegliere gli strumenti, coloro che quando li accordano non sanno “livellare” lo spessore, il sapore delle varie note sulla scala, quando non sanno riconoscere, per esempio, quelle “nasalità” che non devono mai “inquinare” l’assoluta omogeneità del suono al variare dell’altezza... e poi si spostava dal divano alla tastiera del mio mezza coda, per esemplificare, con la maestria che gli compete, le sue affermazioni... Argomentazioni “tecniche” di chi, ovviamente, <strong>sente sfumature e dettagli </strong>che noi, miseri mortali, neanche lontanamente immaginiamo! Egli, poi, è anche un grande scacchista di livello internazionale, oltre che un grande insegnante di pianoforte, e quindi è un assoluto piacere sentirlo argomentare, con la logica, la razionalità, e la capacità di organizzazione del pensiero alle quali è obbligatoriamente abituato.<br />
È così che, sotto la sua guida, ho potuto <strong>“capire” ciò che lui cerca</strong>, ciò che un diffusore, per lui, deve assolutamente riprodurre e ciò che, altrettanto assolutamente, non deve produrre. Valutazione ponderale del suono ove la scala delle importanze e dei valori non ha <strong>assolutamente nessuna confrontabilità</strong> con quella dell’audiofilo che, per esempio, ha <strong>la fissazione</strong> dei decibel! Come non è minimamente confrontabile il concetto di “ginnastica” della sioreta schiota (vecchietta di Schio...), con quello del consapevole cinese!<br />
Ho, tra l’altro, recentemente letto su vari forum, mentecatte, seppur perentorie (!), affermazioni dalle quali si arguiva che gli unici impianti di altissima classe e “fedeltà” sono quelli che sanno far vibrare non le corde della percezione, ma i mobili della sala...<br />
Il problema, comunque, è sempre e solo quello: quando ascoltiamo una musica riprodotta, “cosa” stiamo ascoltando? Cosa stiamo “mettendo a fuoco” e cosa stiamo “sfocando”? Oppure, abbiamo la capacità di tenere tutto rigorosamente a fuoco ? sappiamo cosa volere per le esigenze che abbiamo?... Ecc. ecc. ecc. Comunque, per dovere di cronaca devo dire che ho visto il viso del buon Leonid illuminarsi a giorno solo quando gli ho collegato... un <strong>diffusore elettrostatico</strong>!<br />
Nella sua indubbia competenza in materia egli mi ha, così, fornito una scala gerarchica dalla quale si evinceva cosa “<strong>è più</strong>” e cosa “<strong>è meno importante</strong>” nella riproduzione del pianoforte: valutazioni, ovviamente, rigorosamente soggettive, ma emesse da un “soggetto” che, vista l’assoluta competenza, non può che rappresentare l’unica, vera “<strong>oggettività</strong>”.<br />
Anche lui, poi, <strong>è rimasto completamente affascinato</strong> quando ha sentito le potenzialità dell’impianto che avevo tarato ed “accordato” per le dimostrazioni del mese: le nuove <strong>805 D</strong> della <strong>B&amp;W</strong> pilotate da un<strong> assolutamente strepitoso integrato</strong> della <strong>Norma</strong>, ma questo è un altro discorso...<br />
Anche lui, poi, ha capito perfettamente quali possano essere le scelte di un’azienda che deve fornire un prodotto il più possibile “adatto a tutte le stagioni”... e quando, poi, gli ho fatto ascoltare lo stesso diffusore in stanze diverse, anche lui ha potuto toccare con mano cosa significhi l’intrinseca <strong>peculiarità di ogni ambiente</strong>, nella realizzazione di un impianto di riproduzione...<br />
E così, incrociando le nostre rispettive competenze, ci siamo riconfermati nella certezza che i corretti risultati (che prescindono assolutamente dal fattore economico!) passano sempre per <strong>colte conciliazioni</strong> e non per <strong>opportunistici compromessi</strong> e che, fondamentalmente, bisogna sapere sempre... cosa si vuol volere!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 182</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 07:43:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Fedeltà del Suono n. 182 - Febbraio 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I lettori più attenti avranno già notato che negli ultimi articoli ero passato dalla prima persona al “noi”... Non era, come potete ben capire, un plurale maiestatis, ma, semplicemente, virando dal mio usuale argomentare filosofico al dissertare intorno al mercato, mi sono avvalso della collaborazione di altre persone esperte nelle varie discipline commerciali e, pertanto, ho ritenuto obbligatorio evidenziare la pluralità dei pareri significati...<br />
Voglio, questo mese, ritornare alla mia solita <strong>esposizione diretta</strong> perché sono stato vivamente colpito da un articolo nel quale si parlava di “Quora”, il nuovo sito internet articolato su risposte sensate ed attendibili che vengono fornite alle domande più svariate. Un sito, insomma, che <strong>assolutamente contrasta</strong> la scarsa affidabilità che la “rete”, per sua natura, può fornire. L’on-line, infatti, essendo il luogo di ogni “possibile possibilità”, generalmente affianca le verità conclamate con le più macroscopiche e fantasiose imposture...<br />
Una domanda evidenziata in questo articolo era la seguente: “<strong>Se un albero cade in un bosco e non c’è nessuno presente, fa rumore</strong>?”<br />
La risposta, lapidaria, che se ben compresa metterebbe finalmente fine alla stragrande maggioranza delle, assolutamente inutili, discussioni audiofile, era la seguente:<br />
“<strong>No. Il suono è un’onda meccanica creata da un’oscillazione della pressione che produce una sensazione facendo vibrare un organo. Perché si avverta un suono sono necessari sia l’onda meccanica che l’organo che vibra. Se in quel bosco non c’è un organo capace di vibrare, non si crea alcun suono</strong>” (Parveen Kaler, direttore dello sviluppo AppSocial Media).<br />
Io spero che tutti possano <strong>capire la portata</strong> di questa semplice, e forse anche banale, constatazione. I vari microfoni, o qualsivoglia altro marchingegno, <strong>non sono “organi”</strong> e quindi, pertanto, è logicamente sancita, la non possibilità “tecnologica” di mettere in <strong>correlazione il “fatto”</strong> (la caduta dell’albero e le conseguenti vibrazioni) <strong>con il “suono”</strong>!<br />
Se riusciamo ad estrapolare tutte le semplici consequenzialità dell’affermazione fatta, possiamo capire che<strong> il suono</strong> (ed a maggior ragione la musica, essendovi implicata, in più, anche una assai complessa operazione culturale!...) esiste solo <strong>“al di qua” </strong>di questo benedetto organo e sarà solo <strong>il “giudizio” dell’uomo</strong> (o di qualsiasi altro essere vivente con, ovviamente, un sempre minore grado di consapevolezza, legato alla “scala evolutiva”) che potrà <strong>definirlo, argomentarlo, rapportarlo e giudicarlo</strong>.<br />
Qualsiasi altro tentativo di trovare la relazione tra i fenomeni fisici ed il suono, tramite grafici, formule o quant’altro, deve intendersi possibile unicamente se filtrato attraverso la <strong>capacità di mediazione, di traduzione e di ponderazione</strong> (di dare, cioè, un pondus, un peso, sempre assolutamente relativo, fra i valori delle misure e la sensazione) dell’<strong>essere senziente e competente</strong>. Forse, l’attualissimo e sempre più pressante <strong>problema semantico</strong> (legato anche al continuo stravolgimento dei significati e dei significanti, operati dagli ormai oltremodo corrotti mass media), l’incredibile capacità di parlare a sproposito che sempre più sovente caratterizza qualsivoglia dibattito, fanno si che anche la discussione sulle problematiche della riproduzione sonora, si ingarbuglino su binari sgangherati ove non può viaggiare nessun treno di <strong>parole logiche e chiarificatrici</strong>.<br />
Io rimango molte volte stupefatto per come, quasi sempre, vi sia nel nostro settore l’incapacità ad un approccio logico e consequenziale delle peculiarità inerenti la percezione del suono.<br />
Lo so che, forse, la mia è una pia aspirazione, ma è mai possibile che non si riesca a <strong>codificare</strong>, in maniera semplice e lineare, <strong>le volontà, gli argomenti e le metodiche</strong> per poter ragionare, discutere e dibattere costruttivamente intorno al nostro <strong>splendido “gioco”</strong> della riproduzione?<br />
Io penso che non ci vorrebbe molto: ci si riunisce attorno ad un tavolo (esperti, appassionati e tecnici) e si cerca di <strong>descrivere e “codificare”</strong> il percorso che deve essere seguito per portare il “fatto” (la caduta del nostro albero...) alla <strong>relazione con la percezione</strong>.<br />
Aprendo grandi, schematici contenitori entro i quali possano trovare giusta collocazione <strong>tutte le varie teorie</strong>, le varie ipotesi e le varie convinzioni. Se il tutto viene articolato in uno schema condiviso, pur nell’<strong>immensa ed affascinante</strong> varietà delle singole percezioni e sensibilità, si potrebbe finalmente incominciare a fare <strong>discorsi con “capo e coda”</strong>, ove ogni nuova discussione può essere inserita in una “struttura mentale” organizzata e condivisa e, quindi, portare ad un costante progresso di consapevolezze. Con ovvio vantaggio per tutto il mercato e per tutti gli appassionati!<br />
Sono utopie le mie speranze? Non c’è la volontà di arrivare a tranquille convergenze? C’è sempre qualcuno che vuole “ciurlare nel manico” per proteggere i propri piccoli orticelli? Ogni operatore è convinto di essere il depositario di una verità rivelata? E’ così difficile mettere assieme la nostra sparuta stampa di settore per ricercare un linguaggio condiviso? Siamo proprio come i famosi “capponi di Renzo” che si becchettano a vicenda pur sulla strada del macello ?<br />
Non so se le mie argomentazioni e le mie domande sono inutili o pleonastiche... In verità, forse anche per gli anni che ormai mi hanno spianato e resi limpidi gli orizzonti, ho sentito questa urgenza... e ho posto le mie domande.<br />
Ora è compito del mercato ignorarle o rispondere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 181</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 07:40:41 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver affrontato la spinosa questione dei ricarichi eccessivi che molti importatori applicano alle apparecchiature hi-fi, rendendo i “prezzi al pubblico” assolutamente “ridicoli” e fuori mercato, vediamo questo mese di affrontare un altro<strong> basilare problema</strong>: quello della possibile e pratica realizzabilità di un “negozio specializzato nella riproduzione sonora”.<br />
Partiamo dalla <strong>specializzazione</strong>. Un commerciante (purtroppo nel nostro settore non si può essere artigiani perché, per le leggi italiane, chi rivende questi oggetti è di default un commerciante... mettendo così subito erroneamente in ombra l’aspetto più importante di questa attività: <strong>il lavoro</strong> e non il commercio!) che voglia fare decentemente questo mestiere deve, di base, avere una competenza molto, molto particolare.<br />
Nel nostro ambito, infatti, non si vendono <strong>singoli prodotti</strong>: il pensiero e l’indirizzo devono continuamente sottendere la consapevolezza che si lavora sempre<strong> con una catena di prodotti</strong>, dove, oltretutto, i singoli “anelli” variano in funzione dell’anello precedente o seguente... quindi la difficilissima “visione d’insieme” dovrebbe essere <strong>conclamata e assodata dote </strong>del buon commerciante di settore. Come sanno ormai anche i più giovani neofiti, componenti ottimi mal assemblati e mal interfacciati danno risultati assolutamente deludenti!<br />
ltro elemento, comunque, che differenzia <strong>il bottegaio</strong> (chi si limita, cioè, a fornire il prodotto nudo e crudo) da chi pretende di intraprendere questa complessa attività, deve essere la sua specifica conoscenza della materia... conoscenza che si articola in maniera assai variegata. Infatti, oltre alla <strong>dimestichezza col prodotto</strong>, questo specialista deve conoscere perfettamente la “filiera” dei singoli prodotti: un serio professionista non può consigliare e vendere una apparecchiatura se non ha <strong>competenza in merito</strong> alla sua “sostenibilità”, alla sua affidabilità, alla sua assistenza in caso di problematiche, alla <strong>serietà</strong> dell’operatore che distribuisce il prodotto in Italia (nel caso di prodotti stranieri) o alla <strong>serietà</strong> del fabbricante (nel caso di prodotti italiani).<br />
<strong>Tutto ciò è dettato da una grande, veramente grande, particolarità</strong> (purtroppo costantemente dimenticata): a differenza di quasi tutti gli altri prodotti elettronici, le apparecchiature ad alta fedeltà sono caratterizzate da una, relativamente, enorme durata nel tempo, e da una, relativamente, immensa costanza di prestazioni! Basti pensare a certe amplificazioni o a certi diffusori acustici che, sfidando le tecniche, le novità e le mode, continuano a funzionare benissimo e a donare ancora immense soddisfazioni, fin dai lontani anni cinquanta del passato secolo!<br />
Nulla a che vedere, quindi, con il settore del video, ove i modelli cambiano continuamente ed i prezzi crollano in pochi mesi, o il settore informatico dove, per forza di cose, compri sempre un prodotto già vecchio (!!!)....<br />
Ora (o, per essere corretti: <strong>prima di tutto</strong>), il nostro rivenditore, consapevole del “manufatto in sé”, deve assolutamente essere conscio di cosa voglia dire “riprodurre la musica” e, più in generale, “riprodurre il suono”.<br />
Non è detto che, per realizzare ciò, vi sia un’unica <strong>“scuola di pensiero”</strong>, ma, assolutamente, chi pratica questo mestiere deve essere profondamente padrone di una filosofia, di una metodica che sarà, sempre e comunque, il “canovaccio” sul quale deve <strong>articolare tutta la sua attività</strong>.<br />
Diremo, anzi, che dovrebbe proprio essere questa “metodologia operativa” la peculiarità che fa la differenza fra le “personalità” dei singoli specialisti. Un po’ come in architettura: tutti gli architetti realizzano case o arredamenti e la loro competenza tecnica si dà per scontata, ma <strong>ognuno ha il suo stile</strong> , la sua caratterialità, ed il cliente, dopo i vari “colloqui preventivi” sceglierà il “suo uomo”, sceglierà chi deve essere il responsabile della <strong>perfetta riuscita dell’acquisto </strong>programmato!<br />
E’ assodato, poi, che <strong>senza storia, senza esperienza, senza consapevolezza delle casistiche possibili </strong>(non tutte, ovviamente, essendo in numero pressoché indefinito...), senza chiara visione della <strong>relativa differenza </strong>di risultato che ogni istallazione comporta e della costante differenza (e costante variabilità!) <strong>dei gusti dei singoli clienti</strong>, non vi può essere rivenditore degno di essere annoverato fra gli specialisti di settore!<br />
La materia, poi, è talmente vasta e le possibili combinazioni fra i vari prodotti è talmente sterminata, che il nostro specialista deve essere, oltretutto, <strong>estremamente umile</strong>! Guai se ha la “regoletta in tasca”, guai se ha il suo “patrimonietto di certezze tecniche”, guai se crede di aver <strong>capito tutto</strong> sulle caratteristiche soniche dei vari prodotti: sulla <strong>“base”</strong> di una grande, grande esperienza, deve innestarsi <strong>“l’altezza”</strong> della consapevolezza della costante variabilità degli interfacciamenti, correlata alla mutevolezza delle caratteristiche soniche del risultato finale. Quindi, per essere corretti e precisi, ha poco senso parlare di una catena di riproduzione astraendola dal suo contesto e dalla cultura del suo “possessore”. Va da sé, quindi, che la realizzazione di un impianto di grande classe attiene più all’ambito artistico che a quello tecnico (come d’altronde in ogni umana attività ove sia<strong> l’uomo</strong>, e non un qualsivoglia strumento, a dover “gustare” la specifica realizzazione...).<br />
Se, infatti, in fin dei conti è abbastanza facile far funzionare <strong>decentemente</strong> un impianto, è oltremodo difficile farlo “suonare” <strong>veramente bene</strong> e, contemporaneamente, realizzare la massima soddisfazione del sempre diverso cliente! Inoltre, il primo dovere morale del serio rivenditore, sarà quello di riuscire a concretizzare il <strong>massimo rapporto costi/benefici</strong> nell’impianto che è chiamato a realizzare, per quel determinato utilizzatore. In parole povere, deve far si che i soldi del suo cliente siano spesi nel <strong>miglior modo possibile</strong>! Dopo aver accennato alle doti ed alle competenze necessarie, ora dobbiamo parlare dei “mezzi” <strong>assolutamente necessari</strong> per perseguire i risultati voluti. Senza un <strong>fornitissimo campionario di prodotti </strong>nessun rivenditore può espletare in maniera ottimale il suo lavoro. Non tanto per la possibilità di proporre molte soluzioni, ma fondamentalmente per avere presso di sé tutte quelle apparecchiature che, costantemente, si devono provare e conoscere. Senza un continuo <strong>lavorio di prove e verifiche</strong>, di interfacciamenti e constatazioni, e senza la necessaria e diuturna maturazione, non si può seriamente “formare” il valido installatore, il valido commerciante di settore, il valido professionista.<br />
Che tutto ciò comporti costi non indifferenti, emerge con assoluta immediatezza! Avere infatti tale magazzino a disposizione per la costante sperimentazione rappresenta un <strong>investimento </strong>che obbliga a considerare, nelle vendite,<strong> utili</strong> non certo da mercato dei telefonini o dei televisori! La lenta rotazione dei prodotti ed il costo elevatissimo di certi “ingredienti”, completano poi il quadro.<br />
<strong>E così abbiamo chiuso il cerchio</strong>: dovrebbe essere chiaro anche all’acquirente più sprovveduto che senza i giusti utili non vi può essere nessun serio lavoro. Senza una corretta consapevolezza degli obblighi commercial/finanziari non può esistere nessun mercato non solo sano e longevo, ma altresì possibile. Dobbiamo, allora, fare tutti un profondo esame di coscienza e, una buona volta, decidere con grande onestà “cosa vogliamo dal mercato” e, di conseguenza... comportarci coerentemente.</p>
<p>(continua...)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 180</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 07:37:01 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>...e torniamo a parlare di mercato. In una “puntata” precedente, accennavamo a quello che dovrebbe essere <strong>l’utile lordo per il rivenditore </strong>affinché la “baracca” possa rimanere in piedi e si quantificava in un 35/40 per cento il ricarico necessario. Si diceva, cioè, che se un prodotto viene pagato 100, IVA compresa, deve assolutamente essere rivenduto al cliente finale, come minimo, a 135/140, per poter permettere al commerciante/professionista di assolvere a tutti gli oneri di legge, far fronte a tutte le spese, avere un sacrosanto straccio di utile, ecc, ecc. Bisogna subito precisare che qui stiamo parlando di <strong>operatori</strong> attivi nel settore della <strong>riproduzione sonora</strong> e non di coloro che vendono video, telefonini, elettrodomestici e quant’altro. E diciamo tutto questo perché diamo per scontato che chi fa questo lavoro <strong>debba assolutamente offrire</strong>, oltre al semplice prodotto, tutta una <strong>professionalità</strong>, una <strong>competenza</strong> ed una <strong>esperienza</strong> che permettano di guidare il cliente ad effettuare il miglior acquisto possibile. Professionalità, competenza ed esperienza che non può, per ovvie ragioni, essere di casa presso il commerciante generalista che vende <strong>anche</strong> hi-fi. E va subito detto che un accorto cliente non deve confondere il prezzo che fa il semplice <strong>consegnatore di scatoloni</strong>, con quello praticato dal competente professionista. Quando leggiamo sui vari forum tutte quelle affermazioni che costantemente si scagliano contro<strong> la ladroneria</strong> dei venditori di hi-fi, percepiamo forti distonie e ci rendiamo conto che spesso “la gente”, per dirla con le parole dei nostri vecchi, “parla perché ha la bocca”... Ovviamente, però, qui dobbiamo subito aprire un dolente capitolo: analizzando i <strong>prezzi pagati</strong> dai <strong>rivenditori italiani</strong> in relazione ai prezzi che si praticano <strong>all’estero</strong>, spesso scopriamo che il rivenditore italiano paga, su certi articoli, un <strong>prezzo superiore</strong> a quello che il pubblico paga in altri paesi! Purtroppo il rivenditore deve dipendere da chi fa arrivare in Italia i vari prodotti, a meno che non faccia lui stesso anche questa funzione, con annesse tutte le problematiche già considerate in un precedente articolo. E allora bisognerebbe subito puntare il dito contro <strong>certi importatori</strong> che espongono<strong> listini ipergonfiati </strong>per poter poi, impunemente, fare il 40 o addirittura il 50 per cento di sconto al privato cittadino che a loro direttamente si rivolge, praticando prezzi addirittura inferiori a quelli pagati dal regolare rivenditore (potendo giocare sull’IVA, sul pagamento immediato e su altri, eventuali, immondi escamotage...),<strong> tradendo clamorosamente il povero rivenditore</strong>, teorico intermediario deputato alla vendita al pubblico, che magari ha il torto <strong>di amare il prodotto</strong> così indegnamente rappresentato in Italia da questi malnati signori, e si ostina a trattarlo, malgrado si renda conto che viene costantemente <strong>cornificato dal fedifrago importatore</strong>! Se la catena distributiva va a <strong>donnine allegre</strong> (come sembra sia ormai consolidato costume in questa povera Italia, sodomizzata in un truculento clima da basso impero...) <strong>tutto viene scombinato</strong> e, giustamente, molti perdono completamente fiducia nel sistema e si affidano ad un<strong> fai da te</strong> che il più delle volte porta solo a precari acquisti e ad una insoddisfazione che genera ulteriore, irritata disaffezione.<br />
Il “villaggio globale”, <strong>la contrazione degli utili</strong>, la planetaria comunicazione che permette “a tutti di sapere tutto”, ormai dovrebbero, a nostro avviso, spingere ancora di più il mercato verso una maggiore consapevolezza e verso una <strong>totale trasparenza</strong>.<br />
Sapere cosa i vari intermediari devono guadagnare e guadagnano, non dovrebbe essere per nulla segreto o scandaloso e non dovrebbe essere oggetto di patetiche pantomime tipo “...guardi che ci rimetto” o “...vendo sottocosto”. Infatti tutto ciò o <strong>è clamorosa bugia o è specchio di un mercato che non esiste più!<br />
</strong>E se il mercato non si regge in piedi, viene irrimediabilmente danneggiato anche il consumatore. Siamo convinti che vi sia, ormai, veramente bisogno di <strong>reimpostare le regole</strong> del nostro mercato con chiarissima trasparenza e semplice onestà.<br />
Il mondo nostro, affascinante miscela di <strong>passione e necessità</strong> (non credo possa essere concepito un mondo privo di riproduzione musicale!...) ha ormai bisogno di grande, grande <strong>chiarezza</strong>! Stabilire, con umile semplicità, quello che debba essere il corretto utile in base al servizio offerto, pensiamo non vada a turbare nessun segreto di stato, non sia cosa da custodire gelosamente agli occhi del popolo che non deve sapere quanto grandi siano la nostra scaltrezza e la nostra furbizia.<br />
Sono passati i tempi delle carbonerie ed ormai si può vivere e lavorare nel rispetto e nell’armonia sociale solo se vi è, appunto, <strong>grande onestà e trasparenza</strong> in ogni rapporto commerciale. La consapevolezza, da parte di tutti, <strong>dei</strong> <strong>costi della filiera</strong>, rappresenterebbe, a nostro avviso, un notevole passo avanti verso un sano, reciproco rispetto. E quando un mercato è sano e rispettoso dei diritti di tutti, non vi può che essere <strong>prosperità e sviluppo</strong>. Non vi può più essere,<strong> in questi tempi di totale comunicazione</strong>, nessun mercato sano che non si fondi sulla trasparenza, e questa benedetta trasparenza deve essere quella che può <strong>rendere evidente</strong> anche le motivazioni di un prezzo eventualmente più elevato, perché correlato ad un valore aggiunto più importante... questa benedetta trasparenza informa compiutamente il cliente sulle <strong>ragioni del suo esborso</strong>, sulle percentuali di ciò che è imputabile al <strong>prodotto</strong> e ciò che è dovuto per il <strong>servizio</strong>... questa benedetta trasparenza permette al cliente di muoversi a suo agio, sapendo cosa può e cosa non <strong>può pretendere</strong>!<br />
Tutte queste regole non possono più essere lasciate <strong>all’arbitrio e alle fantasie dei singoli </strong>(tanti hanno creduto, nelle alcove dei loro segretini di Pulcinella, di essere i più furbi della parrocchia ed hanno mandato a rotoli l’intero settore...), ma vanno pensate, come abbiamo già detto, con semplicità ed onestà, in una <strong>comunità di intenti </strong>che possa <strong>rendere sostenibile un mercato</strong> e quindi <strong>un servizio</strong>.<br />
Senza questo <strong>mercato ordinato</strong> e senza questo <strong>ordinato servizio</strong>, nell’<strong>ipocrita</strong> invocazione di un <strong>liberismo </strong>ammantato ormai solo di stupidità, al giorno d’oggi non può più prosperare un beato accidente!....<br />
Sembra che, in questa “terra dei cachi”, non passi più per la testa a nessuno che <strong>la vera libertà sociale</strong> si fondi, banalmente, sull’<strong>obbedienza ad una legge condivisa</strong>.</p>
<p>(continua...)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 179</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 07:33:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Fedeltà del Suono n. 179 - novembre 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel numero di ottobre di Fedeltà del Suono abbiamo concluso il periodo del nostro indagare incentrato sulla filosofia dell’ascolto ed abbiamo iniziato ad occuparci di “mercato”, del nostro, invero, piccolo, piccolo mercato della riproduzione musicale.<br />
Il suggello è stato fatto con una semplice e chiarificatrice frase di Goethe, nella quale si ricordava che <strong>“... l’uomo... è il più grande ed esatto strumento che possa esistere...”</strong>. Dai commenti che abbiamo inteso, però, ci sembra che questa affermazione non sia stata <strong>per nulla capita</strong>. Pertanto, prima di tornare ad occuparci di accidenti commerciali, vogliamo fare alcune precisazioni, cercando di chiarire quale sia questa <strong>“esattezza”</strong> che inequivocabilmente caratterizza l’essere umano.<br />
L’uomo è l’unico essere, su questo piano di manifestazione, in grado di esplicitare il suo “stato interiore” attraverso una esteriorizzazione che può concretizzarsi in parole, musica, opere o quant’altro l’estro o la fantasia dei singoli attori possano concepire. Tutte queste “opere” <strong>si appoggiano</strong> obbligatoriamente su di una concretezza fisica (fysis in greco significa “natura”), però <strong>hanno il loro vero valore in tutto ciò che non può essere detto</strong>, ma solo “significato”... ed a questa “quiddità” <strong>ineffabile</strong> noi normalmente diamo il nome di <strong>“arte”</strong>.<br />
L’arte, in sé, è quindi l’unico vero fine, è l’unica “ragione” che possa dare senso compiuto all’umano operare... (parimenti, in ambito religioso, v’è il famoso “Ad Majorem Dei Gloriam” che induce a spogliare tutte le azioni da ogni utilitarismo e da ogni “fine pratico”).<br />
Tutto dovrebbe, dunque, in una “Vita” degna di questo nome, essere retto dalla volontà di <strong>“generare arte”</strong>, in senso attivo, o di “condividere l’arte”, in senso relativamente passivo (“relativamente” perché anche il “saper ascoltare”, per esempio, riveste aspetti di attività), ...dalla preparazione del te, al camminare correttamente lungo una via... dal lavorare la terra, al preparare il cibo... dal leggere una poesia, al respirare consapevolmente l’aria del mattino... dal coltivare un giardino, al dipingere un quadro... dallo scrivere una lettera, all’ascoltare la musica (anche riprodotta!)...<br />
La <strong>parte quantitativa</strong> di supporto (l’azione esplicitata) sarà solo la base, il piedistallo che permetteranno l’ineffabile prodursi della <strong>parte qualitativa</strong>: l’epifania dell’arte! Ma questa esplicitazione che ogni uomo fa in mille e mille modi, nella perdita di consapevolezza, ormai, è tutt’altro che arte... e, allora, cerchiamo di capirne la genesi e i relativi processi.<br />
<strong>Dobbiamo capire</strong>, cercando di analizzare bene da dove provenga ogni azione dell’uomo, quale sia il <strong>“meccanismo”</strong> che permetta al tutto di realizzarsi, capire quali siano i <strong>“mattoni costitutivi”</strong> di qualsivoglia estrinsecazione umana, capire da dove scaturiscano una frase, una affermazione, un giudizio. <strong>E allora dobbiamo renderci consapevoli che l’uomo, a differenza di ogni strumento scientifico, anche il più sofisticato, in ogni suo processo mentale, e quindi conseguentemente in ogni sua azione, opera con “indefinita integrazione” e non per “progressiva sommatoria”</strong>. Ogni segno esterno che egli produrrà, sia consapevolmente che inconsapevolmente, sarà, cioè, il risultato di un mirabile <strong>“passaggio al limite”</strong> ove ogni aspetto della umana contingenza porterà, a seconda della sua ponderalità, il suo enorme o quasi insignificante apporto.<br />
<strong>Nell’esprimere un giudizio</strong>, per esempio, qualsiasi uomo <strong>sarà influenzato</strong> da tutto ciò che egli sa e altresì da tutta la sua ignoranza o dalla sua stupidità, dal suo stato di salute, da ogni tipo di preoccupazione, dalla comodità della poltrona sulla quale è seduto o dalle scarpe strette che in quel momento attanagliano il suo povero callo, dalla qualità dell’aria che sta respirando, dalle perturbazioni emotive che eventualmente lo distraggono, dalla preoccupazione per la salute dei figli o dalla passione per la persona amata, dalla sua fede politica, dalle sue più stravaganti illusioni o da tutte le “credenze” ereditate nel DNA o immagazzinate nel corso della sua vita... incredibilmente (<strong>non v’è computer al mondo in grado di fare tutte queste operazioni in parallelo!</strong>) la parola che uscirà dalla sua bocca sarà influenzata e condizionata da tutto quel putiferio di “dati” che vengono scansionati continuamente e contemporaneamente! <strong>Ecco la sua</strong>, ovviamente relativa, <strong>esattezza</strong>: l’uomo esporrà sempre la perfetta e incontrovertibile integrale del suo “stato di cose”! Logicamente questa esattezza <strong>non ha nulla a che vedere con “la giustezza”</strong>: sarà solo <strong>la specchiatura</strong> dei “dati di fatto” di un certo individuo. Si capisce così, perfettamente, perché, anche nel nostro mondo della riproduzione musicale, i vari giudizi siano così <strong>difformi e contraddittori</strong>, provenendo, appunto, da individui ripieni di così diversi elementi costitutivi! Basta leggere i vari interventi sui forum di settore a proposito <strong>“del suono dei cavi”</strong> o <strong>“sull’importanza delle misure”</strong> (quelle interminabili diatribe senza capo né coda...) per fare quasi una radiografia dei vari personaggi ed intuire, con buona approssimazione, tutte le peculiarità che inducono quelle ben precise affermazioni... E, allora, diventa semplice capire che, man mano che ci innalzeremo nella <strong>qualità</strong> degli individui (maggior saggezza, consapevolezza, cultura, conoscenza...) sempre più andremo verso la <strong>“punta della piramide”</strong> e sempre più i <strong>giudizi concorderanno</strong>, perché sempre più saranno eliminati, nei singoli individui, tutti quei dati distonici e tutte quelle fallaci impuntature che creano le inevitabili difformità. Quando, poi, come recita la semplice affermazione di Goethe <strong>“...l’uomo... si serve della sua sana ragione”</strong>, vi saranno inevitabilmente giudizi assolutamente <strong>giusti e perfetti</strong> e si potrà constatare che, <strong>tutti coloro che sanno</strong> e non sono influenzati da particolarismi, appartenenze, antipatie o simpatie varie, <strong>emettono identici verdetti</strong>. E vi sarà, per coloro che possono comprendere, la riprova di ciò che è stato detto da Sant’Agostino: <strong>“Il bello non è ciò che piace, infatti certuni prediligono il brutto!”.</strong></p>
<p>(continua...)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
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		<title>Lo.Zen e l&#8217;arte del ben riprodurre &#8211; Fedelta&#8217; del Suono n. 178</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 09:34:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Fedeltà del Suono n. 178 - ottobre 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“L’uomo in sé, nella misura in cui si serve della sua sana ragione, è il più grande ed esatto strumento che possa esistere. Viceversa, il disordine maggiore creato dalla nuova fisica consiste appunto nel fatto che essa </em><strong><em>ha separato gli uomini dalle esperienze</em></strong><em>, volendo scorgere nella natura soltanto ciò che mostrano gli strumenti artificiali, e perfino volendo delimitare e prescrivere ciò che essa può realizzare”</em></p>
<p>Così scriveva il grande Goethe, “forse l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra” (come ha scritto George Eliot), e la sua sentenza ben riassume il succo di tutti questi articoli pubblicati nella trascorsa annata.<br />
Nel contempo, una così lapalissiana asserzione non può che essere condivisa da tutti coloro che hanno “gli intelletti sani” e, quindi, da qui partiamo per una ulteriore serie di valutazioni, ovviamente cassando senza remissione tutti quei “punti di vista” che considerano la percezione umana una “facoltà” vagamente inaffidabile, e per nulla “scientifica” data la sua presunta mutevolezza ed instabilità.<br />
Mettiamo come punto fermo, dunque, il fatto che, nella valutazione dell’ascolto della musica, nessuna seria considerazione od argomentazione può svincolarsi da una corretta <strong>visione unitaria</strong> delle cose, dove, pertanto, mai ci si sogni di “<strong>separare la scienza dalla vita</strong>”, piombando in poco pertinenti <strong>statistiche </strong>e prescindendo dalla sempre e comunque obbligatoria <strong>contestualizzazione</strong>.<br />
Noi qui, per esemplificare con il semplice e solito parallelo gastronomico, non ci impastoiamo nelle diatribe sulle tecniche preparatorie degli ingredienti, ma ci rivolgiamo a tutti coloro che, tesi ad assaporare affascinanti piatti magistralmente preparati, vogliono dialetticamente parlare dei vari sapori, delle sensazioni, delle emozioni o addirittura delle commozioni che la degustazione dei vari “capolavori culinari” può suscitare in ognuno di noi.<br />
Così, quando parliamo di ri-produzione, vogliamo parimenti considerare <strong>i “sapori”, i “colori”, la “plasticità”, la “palpabilità” del suono </strong>nelle varie “versioni dei fatti” che ogni catena, deputata a farci godere della musica, nella sua fattispecie propone.<br />
Come ben capite, quindi, nella analisi e nella comunicazione il problema non è tecnico, <strong>ma fondamentalmente semantico*</strong> e, come sempre nella vita, sarebbe auspicabile avere le idee tremendamente chiare sull’oggetto delle proprie conversazioni. Chiarito senza possibili equivoci il filo logico che regge il nostro “racconto”, proviamo a procedere...<br />
Dice un vecchio proverbio: <strong>prima si deve vivere, poi fare filosofia</strong>... Noi, in questo anno, abbiamo assai filosofeggiato e quindi adesso, nel nostro percorso a ritroso dell’obbligatorio “vestigia pedum”, andiamo sulla concretezza: <strong>parliamo di mercato</strong> e di prezzi!<br />
Quando leggiamo sui vari forum le stravaganti considerazioni sui rivenditori di Hi-Fi e <strong>le lamentazioni sui prezzi</strong> che dovrebbero praticare, viene spontaneo pensare di non essere al corrente di qualcosa... forse, a nostra insaputa, hanno costituito un ministero per la conservazione dei commercianti in via di estinzione...<br />
Vengono pretesi (proprio così, pretesi!) prezzi assurdi e senza nessun guadagno possibile e, a volte, viene addirittura richiesto un fantomatico sottocosto! Le ragioni sono misteriche, ma le pretese sono reali e costanti.<br />
Nel settore della riproduzione sonora, per strane congiunzioni astrali, il commerciante non deve guadagnare.... Ma, porco cane, si pensa mai che quando si va al caffè, a bere una Cocacola, la si paga da cinque a dieci volte quello che costa al supermarket e nessuno ha nulla da protestare? Si pensa mai che, sempre parlando di locali pubblici, quando ci si siede al tavolino, in una delle cento stupende piazze italiane, un caffè lo si paga dieci, venti, trenta volte quello che costa al banco dello stesso locale? E che la cifra pagata non riguarda il costo del caffè, ma tutte quelle accidenti di spese che servono a tener in piedi dignitosamente il suddetto locale? Gli esempi potrebbero essere indefiniti e allora perché certa gente, nel nostro settore, vuol pagare un prodotto provato, ascoltato, servito e riverito, allo stesso prezzo che può trovare su internet? Saremmo felicissimi se qualcuno potesse spiegarcelo... ma penso non vi sia nessuna razionale motivazione. Certi “appassionati” sentono doverosa la recriminazione e la richiesta del supersconto... forse perché si sentono in colpa con se stessi, non sapendo bene cosa voler volere... o forse perché vogliono considerarsi, anche loro, i “furbi del quartierino” che sanno fare gli affari, che sanno pagare meno degli altri... Comunque sia, questa allucinante usanza ha penalizzato il nostro mercato fino a portarlo ad un passo dall’estinzione. Anzi, a dire il vero, questo modo di pensare ha, in più, privilegiato i traffichini che, con prodotti assurdi e sconosciuti, con listini di fantasia, sanno fregare la gente senza farsene accorgere, ren- dendo così l’acquisto di un impianto un percorso minato dove i più sprovveduti sono costretti ad avventurarsi sfiduciati e prevenuti. Per andare al pratico, pensiamo che un corretto ricarico, assolutamente necessario per tenere in piedi dignitosamente la “baracca” (pagando le tasse, il magazzino, l’affitto, il telefono, ecc, ecc, essendo, cioè, un serio commerciante e non un dopolavorista...), dovrebbe aggirarsi sul 35/40 per cento. Cioè un prodotto che un negoziante paga 1.000,00 euro (iva compresa) e sui discount di internet si trova a 1050/1100/1150,00 euro, dovrebbe essere venduto al pubblico, accompagnato da tutte le prove e le consulenze di rito, a 1.350/1.400,00 euro. Utopia delle utopie! A questi prezzi il povero rivenditore si sente dare del disonesto e del ladro!<br />
E così in molti hanno già abbandonato il campo e gli appassionati di buona volontà, prontissimi a pretendere e conseguentemente a pagare un servizio coi fiocchi, non hanno più a disposizione seri negozi, competenti e specializzati, dove potersi recare per provare, sentire e scegliere, in tutta calma e serenità.</p>
<p>* la semantica considera il rapporto tra l’espressione e la realtà extra- linguistica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(continua...)</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
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		<title>Una lettera ad un moribondo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 11:01:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo.Zen e l'arte del ben riprodurre - Da Fedeltà del Suono n.177 - settembre 2010 ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lo.Zen e l’arte del ben riprodurre</strong></p>
<p>Nell’agosto del 2009 iniziava la mia collaborazione a FDS ed ora, ad un anno di distanza, emerge la necessità di riesaminare la strada percorsa attraverso un attento confronto con il Direttore di questa rivista, l’architetto Andrea Della Sala. Ho così concepito una stravagante intervista alla rovescia: non il giornalista che pone domande all’operatore, ma l’operatore che vuole verificare, con chi guida il mensile, la sua posizione e le sue asserzioni sviluppate nel corso di tutto questo periodo.</p>
<p>Carissimo Andrea, anche se mascherate in un linguaggio un po’ criptico e un po’ filosofico, nei miei ultimi articoli ho fatto delle dichiarazioni estremamente precise e gravide, nelle loro obbligatorie consequenzialità, di importanti sviluppi.<br />
Ora, quindi, si tratta di appurare se tu ritieni che queste affermazioni possano, in toto od in parte, essere condivise e quindi procedere a formulare “principi reggenti” che possano dare al lettore fermo indirizzo con il quale confrontarsi.<br />
Sono convinto, infatti, che se riusciamo a piantare i primi, precisi “paletti” entro i quali muoverci, sicuramente ne guadagna la credibilità della rivista ed il conseguente interfacciamento con l’appassionato lettore.</p>
<p><strong>Lo.Zen: Cominciamo con una domanda che riguarda il mercato. Nel numero di agosto 2009 affermavo perentoriamente: <em>“Senza ordine non v’è mercato”</em>. E sappiamo bene, sia io che te, che oggi il mercato è in piena crisi ed in pieno caos, ed anzi, sicuramente, in piena crisi perché in pieno caos. Se io avessi la possibilità di regalarti una bacchetta magica, tu da dove cominceresti a far ordine?</strong></p>
<p><strong>Della Sala: </strong><em>Innanzitutto, ma servirebbe proprio la bacchetta magica, diminuendo le quantità di marchi distribuite nel nostro territorio. La qualità è cresciuta per tutti esponenzialmente e diventa sempre più difficile districarsi nelle migliaia di “suoni fotocopia”. Diminuire il numero per non intasare gli occhi (prima) e le orecchie (poi) di migliaia di audiofili sempre meno coscienti di quello di cui abbisognano, storditi anche dalle riviste che, facendo il proprio lavoro, presentano in continuazione novità. Ma non saprei da dove iniziare, francamente.</em></p>
<p><strong>Lo.Zen: Hai perfettamente ragione a proposito degli inutili e dannosi “suoni fotocopia” e speriamo che la crisi ne faccia inabissare un bel po’, comunque, conosci bene anche tu la situazione di tutti i seri negozianti del settore, specializzati ed attrezzati per consigliare e fornire apparecchiature per la riproduzione della musica...<br />
</strong><strong>Ha senso per te, nel 2010, l’esistenza di questo anello di congiunzione fra l’importatore/costruttore ed il cliente finale, o è un passaggio destinato a scomparire?</strong></p>
<p><strong>Della Sala: </strong><em>Ha sempre più senso poiché gli apparecchi devono essere venduti, per così dire, con cautela. Occorre cioè che chi la sera chiude la bottega abbia la piena consapevolezza che gli apparecchi non sono solo percentuali dei suoi guadagni, ma sono i mattoni dell‘edificio sonoro che deve corrispondere all’anima di chi ne ha chiesto la costruzione, cioè il cliente. Altrimenti l’appassionato si orienta avendo come unico parametro il nome altisonante. E lì si fa male per- ché, come diciamo da quasi vent’anni qui a Fedeltà, la sinergia è il parametro più importante cui i vari componenti di un impianto debbono informarsi, e non è per niente detto che il meglio più il meglio facciano lo straordinario. Anzi.</em></p>
<p><strong>Lo.Zen: Altra cosa importante che segnalavo allora, era la necessità di “fare scuola” <em>“...non certo per i sapientissimi audiofili, ma per quell’enorme pubblico che ancora nulla sa di coinvolgenti ri- produzioni...”</em>. Pensi, per una rivista come FDS, che sarebbe percorribile questa strada? Potrebbero essere accettati, editorialmente parlando, semplici articoli che riprendessero in mano, seriamente, l’ABC della riproduzione musicale ?</strong></p>
<p><strong>Della Sala:</strong> <em>Certamente. Già da qualche tempo abbiamo ripreso ad occuparci di ABC anche se con un taglio più divulgativo in senso generale che totalmente votato a insegnare il piacere e il coinvolgimento nell’ascolto. Occorre raggiungerlo però questo pubblico di non audiofili e non è per niente facile.</em></p>
<p><strong>Lo.Zen: Benjamin Disraeli diceva: “Ci sono tre specie di bugie: le bugie, le dannate bugie e le statistiche”.<br />
</strong><strong>Ritieni anche tu che non abbia senso alcuno parlare di teorica, statisticamente perfetta ed assoluta riproduzione musicale, prescindendo dalla inevitabile contestualizzazione? Che, cioè, ogni approccio alla realizzazione dell’impianto debba sempre essere messo in costante relazione con tutti i limiti e le caratteristiche concernenti la sua pratica realizzazione?</strong></p>
<p><strong>Della Sala:</strong> <em>Personalmente credo fermamente che l’impianto non solo vada contestualizzato con i limiti propri e dell’ambiente in cui è inserito, ma anche con la sensibilità e le aspettative di chi ascolta. Credo che spingere sull’acceleratore della riproduzione pedissequa della realtà porti molto spesso a cozzare contro il muro dell’impossibilità. Molto più saggio ritagliarsi un suono a propria immagine e somiglianza che, seppure in un’ottica di grande linearità, correttezza, ecc., ecc., possa realmente emozionare chi ascolta e spingerlo a fruire di più musica possibile nell’arco della propria esistenza.</em></p>
<p><strong>Lo.Zen: La teoria e la ricerca sono ovviamente ambiti importanti che, però, poco hanno a che vedere con il mercato. Perché anche nel nostro settore non si precisa chiaramente che ci sono sì le “formula uno”, ma che queste possono essere usate solo per le “gare in pista”? Tutti sappiamo che ci sono i cosiddetti impianti “prestazionali”, ma non devono assolutamente servire come paradigma per gli impianti domestici, come per le “formula uno” non ha senso alcuno parlare di circolazione stradale: perché tutto ciò non è detto a chiare lettere? Perché si illude l’appassionato e lo si spinge nei vicoli ciechi della pre- stazione fine a se stessa?</strong></p>
<p><strong>Della Sala:</strong> <em>Anche qui sfondi una porta aperta. Noi non abbiamo mai creduto nella “prestazione”, da qui anche il rifiuto di compiere misure che nulla dicono dell’emozione di chi ascolta. Gli impianti pensati per chi ha già molta esperienza spesso e volentieri non colpiscono chi è alle prime armi. Come d’altronde una macchina preparata per un rally, o una formula uno, non sempre sarà gradita a chi cerca solo di spostarsi in sicurezza, e piacevolmente da un posto a un altro.</em></p>
<p><strong>Lo.Zen: Ho spesso scritto che non si sa ascoltare se non si riesce ad ascoltar-si. Ritieni che possa chiamarsi ascolto un ascolto che non passi per la consapevolezza dell’ascoltatore?</strong></p>
<p><strong>Della Sala:</strong> <em>L’ascolto vero è proprio questo a mio avviso. L’ascolto critico verrà sempre dopo, molto dopo. Dopo almeno essere casualmente incappati in suoni che ci hanno colpito a un concerto o anche in una riproduzione e quindi hanno suscitato in noi il desiderio di ripetere la stessa piacevole esperienza. Volevo aggiungere comunque che se alla base non c’è una grande passione per la musica, nulla di ciò di cui ci occupiamo ha un senso. Possono certamente continuare a esistere impianti status symbol o paragonabili a dei piccoli elettrodomestici, scelti a caso o imposti dal marketing di aziende aggressive, ma in entrambi i casi sono lontani da quello per cui un impianto serve: cullare, e a volte consolare, l’anima di chi ascolta.<br />
</em><em>E, così, una “prima pietra” è sicuramente stata posata... Ed ora, rifacendomi a quanto scritto dal grande filosofo contemporaneo Pierre Hadot “...viviamo in una civiltà in cui l’ordine della scienza è del tutto autonomo, del tutto indipendente dai valori etici ed esistenziali. Ed è proprio questo il problema, se non il dramma della nostra epoca...”<br />
</em><em>Vorrei precisare che anche nel nostro settore, finché reputiamo la scienza “svincolata dalla vita”, fintantoché, cioè, terremo le teorie e le misure per nulla correlate all’inevitabile contesto con il quale obbligatoriamente devono interfacciarsi, avremo solamente formulato delle dottissime “statistiche”, ossia delle colossali bugie.</em></p>
<p>-</p>
<p><strong>Una lettera ad un moribondo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>A uno dei suoi discepoli che stava per morire Bassui scrisse la seguente lettera: “L’essenza della tua mente non è nata, perciò non morirà mai. Non è un’esistenza, che è peritura. Non è un vuoto, che è pura vacuità. Non ha né colore né forma. Non gode piaceri né soffre dolori. “So che sei molto malato. Da bravo studente di Zen, stai affrontando questa malattia con coraggio. Puoi non sapere esattamente chi è che soffre, ma domandati: Che cosa è l’essenza di questa mente? Pensa soltanto a questo. Non avrai bisogno di altro. Non desiderare niente. La tua fine che è senza fine è come un fiocco di neve che si dissolva nell’aria pura”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Tratto da “101 Storie Zen” ed. Adelphi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
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		<title>Veri amici</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 10:59:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo.Zen e l'arte del ben riprodurre - Da Fedeltà del Suono n.176 - agosto 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lo.Zen e l'arte del ben riprodurre</strong></p>
<p>Alcuni amici, che regolarmente mi leggono su Fedeltà del Suono, recentemente mi hanno bonariamente criticato la “ossessiva” impostazione che caratterizza tutti i miei articoli, sempre tesi ad indagare i significati più nascosti e le più intime peculiarità della ri-produzione musicale, affondando sempre l’analisi negli oscuri meandri della filosofia dell’ascolto. Qualcuno si è anche spinto a propormi: “Perché con tutta l’esperienza e l’immensa casistica che hai accumulato in tutti questi anni non ci proponi anche tu delle belle recensioni?” Onestamente, devo dirvi che ho ringraziato gli amici per le critiche, sempre utili a verificare le proprie posizioni, e per l’interessamento, ma ho declinato immediatamente l’invito per motivazioni che forse vale proprio la pena di esporre “pubblicamente”, anche per contribuire a fare importantissima chiarezza su posizioni e pertinenze. In primo luogo, va subito detto che il mio lavoro si è sempre articolato in direzione assolutamente opposta a quella di colui che deve recensire un prodotto: il mio compito di professionista è sempre stato quello di aiutare il cliente a spendere bene i suoi soldi, realizzando l’impianto giusto per le sue esigenze, per la sua cultura, per le sue possibilità economiche, per il suo “percorso”, fornendogli uno strumento di riproduzione musicale che sia perfettamente inserito nel suo “stile di vita” e che, anzi, sia formulato con quella sottile lungimiranza che deve prevedere la progressiva e continua crescita del cliente stesso. Crescita che (nel cliente normale, non obnubilato da preconcetti di sorta) sempre di più lo porterà a dipanare e interpretare le differenti tipologie di linguaggio che, per forza di cose, caratterizzano ogni impianto, e lo porterà a godere di tutta la potenzialità “artistica” della catena di riproduzione acquisita. Per questa ragione, nel nostro mestiere, ho sempre parlato di “arte”, come si parla di arte nella fotografia o nella culinaria. Quindi, mentre il recensore, nella valutazione di un prodotto, deve per così dire, estrapolare dei giudizi che servano ed aiutino tutti i lettori, il mio semplice compito è sempre stato quello di “fare felice” una singola persona alla volta e tanto più riesco a soddisfare quella singola persona tanto più sarò stato abile nel mio lavoro. E, come potete ben immaginare, ogni cliente è talmente una storia a sé stante, con variabili così diverse, che ben difficilmente potrei dire di aver trovato due persone con esigenze identiche! Nessuna generalizzazione, quindi, ed anzi, negli anni, la mia sensibilità ha dovuto sempre più diventare introspettiva per “capire”, nel gioco degli specchi, quale sia la personalità del cliente che si affida alle mie cure e fornirgli (o meglio: aiutarlo a fornir-si...) lo strumento di sua specifica pertinenza e dal quale egli possa trarre soddisfazione per il più lungo periodo di tempo possibile. Queste considerazioni, probabilmente, vi fanno anche capire come mai, nei miei più di cinquant’anni di lavoro, io non abbia mai realizzato un impianto per un “audiofilo”. E le ragioni mi sembrano evidenti: l’audiofilo tipico ritiene di non aver bisogno di nessuna consulenza, sia perché è convinto di essere più “esperto” del rivenditore (ed in molti casi, purtroppo, è una tragica realtà!), sia perché lui ha come principale esigenza non quella di essere aiutato a realizzare il suo impianto per godersi la musica, ma quella di poter ascoltare al minor costo possibile (o addirittura gratis...) la più grande quantità di prodotti per poter confrontarli, sviscerarli, “capirli” e, infine, decidere quale eventualmente comperare (ovviamente al minor prezzo possibile e avendo già in fieri, nei suoi parametri mentali, la possibile rivendita...). Quindi, non la ricerca di quella sicurezza e stabilità nell’acquisto che per me sono il bene più prezioso, ma la voglia di continuare a sperimentare, a confrontare, a giudicare, insomma a “trastullarsi”, per il più lungo tempo possibile. Per cercare un esempio nell’ambito culinario, è un po’ come se qualcuno volesse frequentare un ristorante (possibilmente senza pagare...) non per godere della cucina di quel cuoco, ma bensì per sperimentare i piatti, valutarne peculiarità e differenze ed imparare a cucinare!<br />
Purtroppo, anche se la faccenda sembra assurda e risibile, questo <em>modus operandi </em>è stato una delle principali cause della quasi completa estinzione degli specialisti in riproduzione musicale... specialisti che per sopravvivere hanno dovuto o cambiare lavoro, o virare verso i settori dell’audio/video, della domotica, dell’amplificazione professionale, ecc., ecc.<br />
I pochi rimasti, poi, hanno dovuto improvvisarsi anche importatori o “facitori” di qualche apparecchiatura non ancora presente sul mercato italiano, per avere la possibilità di un maggior utile: quello del rivenditore unito a quello dell’importatore o costruttore. Dovendo, però, interagire comunque con l’utente finale questa nuova veste li ha privati di quella serenità oggettiva, di quel disinteresse che dovrebbero sempre caratterizzare coloro che devono spassionatamente consigliare il prodotto più adatto alle esigenze di ogni cliente. Infatti, avendo dei “prodotti propri” da vendere, si trovano intrappolati dall’obbligatorio viraggio verso quello dove guadagnano di più, dato che, come dice quel vecchio adagio,<em> “il portafoglio è la parte più importante e delicata del corpo umano”.</em>... Ed ora, per andare alle effettive cause prime dell’attuale disaffezione di tutto il nuovo mercato dell’audio (mercato enorme, pieno di gente che neanche sospetta cosa sia un ascolto di qualità), bisogna risalire alla errata valutazione che gli operatori del settore hanno continuato a “perpetrare” in tutti questi anni: errata valutazione del mercato che ha messo al centro della loro promozione il famoso “appassionato/maniaco”, (ricordo il terrificante slogan di una importante azienda di distribuzione “ Benvenuto rompiglione”!...) il quale, nella loro miope programmazione, era quasi l’unico possibile cliente e l’unico, secondo loro, in grado di comperare apparecchiature specialistiche, sofisticate e costose. Questi lungimiranti operatori commerciali (?!) hanno lasciato, fuori dalla porta tutto il vero, immenso mercato di coloro che non vogliono altro che ascoltare musica, spendendo in relazione al loro interesse e, ovviamente, alla loro capacità economica.<br />
Ed invece, santoiddio, costoro avrebbero dovuto essere intercettati, opportunamente informati, stimolati e resi edotti da una adeguata comunicazione e da una attenta promozione: punti di forza basilari per ogni mercato degno di questo nome!<br />
Così, invece, nella stanca melassa di un mercato che non c’è, si è sempre di più sviluppato un melodrammatico “celodurismo audiofilo” con la viziosa (e spesso astiosa ed isterica...) ricerca dell’impianto “più prestigioso”, del suono “più spettacolare”, della “catena più esclusiva”, del prodotto “che massacra roba trenta volte più cara”... Feticismo e tautologia a briglia sciolta, tutto suffragato da un dogmatismo pseudoscientifico, da far invidia alla Santa Inquisizione, che, all’urlo di “...la fisica è fisica!”, vuole imbrigliare l’ineffabilità delle percezioni umane nelle caselline delle statistiche da laboratorio. Una ricerca di impossibili prestazioni “assolute” che ha portato la semplice, colta ed affascinante riproduzione musicale verso le sabbie mobili della maniacalità, verso il non senso del risultato eclatante fine a se stesso che, per definizione, trascura la totalizzante consapevolezza di cosa sia “Musica”, per perseguire il corrotto piacere del dettaglio stupefacente: quel basso “secco e profondo”, quel medio “possente e dinamico”, quell’acuto “serico ed arioso” ecc., ecc., ecc.<br />
Per esemplificare in ambiti molto più importanti, è come se l’industria automobilistica si fosse concentrata unicamente sulle Formula Uno o sulle auto da rally o sulle carrozzerie speciali, trascurando tutto il mercato delle normalissime berline, delle vetture che vengono usate tutti i santi giorni. Comunque, è la stessa malattia che sta invadendo, nella attuale canea estetica, la concezione di bellezza del corpo umano: giovanissime ragazze si fanno rifare particolari anatomici trasformando la unitaria e coerente sensualità del giovane corpo femminile (plasmato nella naturale specchiatura esistente tra le diversissime personalità e le altrettanto differenti corporeità corrispondenti), in scialbi simulacri fatti in serie, ove il dettaglio, stabilito a catalogo e volgarmente spettacolare, li rende dozzinali e pornografici, intrisi di quel “vorrei ma non sono” che, inevitabilmente, umilia e squalifica il male inteso privilegio di essere donna. Corpi sfigurati da una chirurgia “estetica” che, il più delle volte, stravolge le comunque affascinanti peculiarità umane (ovviamente non parlo di patologiche problematicità...), generando miseri ed inconcludenti bambolotti di plastica, adatti unicamente a suscitare il fischio sguaiato del camionista di passaggio... Per tornare al nostro settore ed al tragicomico celodurismo audiofilo, devo dirvi ancora, che ho assistito a penosi incontri/scontri fra audiofili ove, “freudianamente parlando”, v’era l’assurda competizione fra chi aveva “la tromba più lunga” o il “woofer più grosso”...<br />
Patetiche rivalità che quando, poi, si scatenano fra personaggi con buone possibilità economiche, diventano ancora più grottesche. Il possesso del giocattolo più invidiato diventa lo scopo di tutto un giro di denaro che poi, in genere, non serve a far approdare da nessuna parte... privo di qualsivoglia, decente cultura, adatto solo a mantenere il chiacchiericcio idiofilo, pettegolo ed inutile, degno del più strapaesano “Bar dello Sport”; sterili capricci che prima o poi tramontano senza aver generato né scuola, né continuità, né felici ascolti di bella musica...<br />
Per lunga esperienza, infatti, posso dire che solo il vero appassionato di musica continua, sereno, il suo “gioco” fino alla vecchiaia. Solitamente, invece, tutti i vari fanatici e maniaci, dopo aver comprato e venduto quantità incredibili di apparecchiature (in genere tutte rigorosamente usate o, raramente, nuove, ma pagate come usate) prima o poi, vendono tutto e... cambiano hobby... ed infatti il nostro mercato barcolla asfittico sotto impressionati quintalate di mercanzia usata!<br />
Quindi, a questo punto, credo che voi possiate ben capire perché io continui “ossessivamente” a battere il chiodo sulla filosofia dell’ascolto, prospettando scenari dove la consapevolezza del cliente, in merito a “quale gioco voler giocare” e la consapevolezza dell’operatore, in merito al “decidere cosa voler fare da grande”, rivestono la massima importanza. Senza queste consapevolezze ogni distorsione ed ogni equivoco sono dietro l’angolo a seminare scontento, senza queste consapevolezze è giusto tutto ed il contrario di tutto, tutto è sostenibile e tutto è condannabile, senza queste consapevolezze, per noi operatori, non vi può essere né mercato, né lavoro, né futuro.</p>
<p>-</p>
<p><strong>Veri amici</strong></p>
<p><em>Molto tempo fa, in Cina, c’erano due amici, l’uno molto bravo a suonare l’arpa e l’altro molto bravo ad ascoltare. Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessimo davanti”. Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva: “Odo l’acqua che scorre!”. Ma quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più. Da allora, tagliare le corde dell’arpa è sempre stato un segno di grande amicizia.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Tratto da “101 Storie Zen” ed. Adelphi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>www.fedeltadelsuono.net</p>
<p>&nbsp;</p>
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