Lorenzo Zen
1gen/100

Una parabola

Lo.Zen e l’arte del ben riprodurre

Alcuni giorni fa ho fissato un appuntamento con un vecchio amico in un grande centro commerciale...
Logisticamente era il posto ideale per noi due, che arrivavamoda differenti città, sia per la semplicità del reperimento, sia per il facile parcheggio... ma poi l’amico telefonò che, problemi di traffico, lo facevano tardare di un bel po’ ed allora ebbi il tempoe l’opportunità di “addentrarmi” in uno di questi tipici luoghi del consumismo, da me, onestamente, assai poco frequentati.
A onor del vero, trovo il cosiddetto “fare shopping”, un'usanza contemporanea dotata di una buona dose di demenzialità: un tempo, quando si aveva bisogno di qualcosa, si usciva, si guardavano le vetrine, si cercava insomma, ciò di cui si sentiva la necessità... oggi, al contrario, non è che si abbia bisogno di qualcosa, ma si va a negozi per vedere cosa viene voglia di comprare... fino ad arrivare, nel peripatetico ciondolare, alla tipica affermazione dell’oca giuliva di turno: “ah! che bello... a cosa serve?”. Domanda che, già di per sé, potrebbe spalancare le porte ad un mare di sconsolate considerazioni.
Non voglio tediarvi con i miei commenti su questa poco opportuna consuetudine, vista la planetaria situazione, ma voglio, al contrario di ciò che comunemente si può pensare, significarvi il disagio, il malessere, la malinconia che quel luogo mi ha comunicato.
La marea di gente vociante che si assiepa nei corridoi di un’area commerciale sembrerebbe denotare momento di entusiastica adesione: non si va in massa a frequentare un luogo dove “non si sta bene”... e invece, una disincantata osservazione, forse generata dalla mia accidentale partecipazione a quei “riti collettivi”, metteva in luce quanta poca felicità trasudasse da quella fantasmagoria di luci, di suoni e di acquisti.
Diciamo subito che non ero né in via Monte Napoleone a Milano, né in Maximilianstrasse a Monaco, né a via Condotti a Roma, ove sono ben altri i problemi o le falsità e ove convergono mondi che poco hanno a che fare con tutto ciò che riguarda la gente “normale”, (anche se oggi nessuno vuol piusentirsi “massa” e ognuno pretenderebbe di poter fare quello che fanno gli altri...), ma ero in uno dei tantissimi centri commerciali che farciscono l’hinterland di ogni grande città.
E così ero invaso dalla malinconia del luogo che, malgrado l’imponenza della struttura, emergeva per la dozzinalità degli addobbi e delle musichette propinate per questo benedetto Santo Natale che di santo, oramai, non ha proprio più nulla, e poi per la “qualità” degli acquisti e per il “modo” in cui venivano consumati.
In questi periodi di crisi, si evidenzia ancora di più che, purtroppo, queste benedette compere vengono perpetrate con il retrogusto dell’obbligo, e, soprattutto, senza nessuna serena felicità.
Sembra quasi che sotto, sotto vi sia una specie di sorda rabbia cancellata, di impotenza raffrenata, per la triste confessione che non ci si vuol fare, e cioè che si fanno acquisti che, forse, sarebbe meglio non fare, oppure bisognerebbe fare in tutt’altramaniera e con tutt’altra consapevolezza.
“Tutti li fanno e li devo fare anch’io, per non sentirmi un diverso, un escluso, un fallito...”: questo pensiero aleggia nell’ariae nei volti di queste orde che riempiono carrelli piuttosto che vuotare la mente da tutte le immagini “stipate dal nulla televisivo” e porsi, con onestà, davanti alla propria, semplice consistenza.
Non si percepiva la felicità che dovrebbe caratterizzare l’entrare in possesso di un oggetto desiderato, tipica del bambino quando riceve finalmente il dono agognato, ma v’era quasi routine, dejavu... anzi, nei giovani stessi v’era la stanchezza della necessità: quasi comprare fosse un imperativo categorico! Quasi una forza aliena avesse instillato in queste masse una frenesia oscura, ma assolutamente obbligante, frenesia che poi si placava nell’indifferenza della scelta, fatta solo perché e purché fosse fatta!...Vi racconto tutto questo perché in quel momento non ho potuto non fare il parallelo con il nostro mondo della riproduzione sonora: quanto è simile quel modo così poco entusiasmante e a volte così squallido, di entrare in possesso di un bene (un bene pagato con soldi che sono il frutto, solitamente, del lavoro, del sacrificio, che dovrebbero essere il mezzo per poter soddisfare bisogni, pur ludici, pur non necessari, ma comunque legittimi e gratificanti...) con le modalità con le quali, soprattutto nelle fascia “commerciale” del nostro mercato (...una volta tanto lascio in pace gli “audiofili”!), si acquista “lo stereo”!
Saranno i tanti anni passati e i ricordi di quando si vedevano i “ragazzi con lo zainetto” (come li chiamavamo) che indugiavano, all’uscita di scuola, davanti al giradischi, all’amplificatore, al diffusore e avevano sempre qualche domanda da fare esi auguravano che papà, a Natale, regalasse loro uno di quegli oggetti così ammirati... sarà la consapevolezza dei mondi diversi, ma ora non vedo più quel desiderio, quell’entusiasmo, quella felicità.
Sembra che, adesso, tutto sia dovuto, che tutto sia passato sotto il rullo compressore dell’indifferenza, dell’apatia, quasi si comprasse più per “fare l’affare” che per procurarci il mezzo giusto per soddisfare un sacrosanto bisogno culturale.
Non v’è voglia di consapevolezza, non v’è la maturità di percepire che tante cose non si possono sapere... Non v’è l’entusiasmo di farsi spiegare, di voler farsi accompagnare all’interno di mondi nuovi, v’è la mancanza totale di qualsivoglia “dubbiometodico” e addirittura sembra vi sia la presunzione di aver giacapito tutto.
Mi sono spesso interrogato perché questo sia successo anche nel nostro stupendo mondo, fatto di tecnologia al servizio della musica e operante nel luogo per eccellenza deputato ai momenti più sacri del nostro esistere e del nostro benessere: la casa!
E ho sempre dovuto concludere che sicuramente è stata, anche, colpa di noi operatori. Tutti. Poco competenti, poco preparati, poco entusiasti del lavoro che facciamo, poco inclini a voler emozionare, a voler rendere felice il nostro cliente, poco propensi a lavorare sodo per trovare la giusta soluzione per ogni circostanza, poco vogliosi di strappare i segreti che ogni componente svela nell’accoppiarsi conogni altro elemento della catena, poco sinceri nel consigliare un prodotto piuttosto che un altro, poco onesti nel vendere perché non spinti dal desiderio di fornire un risultato, ma bensì dalla voglia di guadagnare “di più”, poco consapevoli che il vero mercato vive per merito del lavoro e non del prodotto.
In una parola: poco bravi!
E, poi, in questa caduta della domanda colta, sono state grandi protagoniste le imprescindibili spinte della globalizzazione, tutta plagiata dal dominio mediatico: il mondo intero è stato risucchiato verso il potere dell’occhio piuttosto che dell’orecchio e, inevitabilmente, si sta perdendo la capacità di saper ascoltare.
Saper ascoltare non è facile! Io credo che per imparare ad ascoltare bisogna, per prima cosa, avere la consapevolezza del problema e, poi, sapersi ascoltare, per visualizzare il punto nelquale siamo e da dove si deve partire per poter procedere nel nostro cammino, nel nostro percorso... percorso che è sempre uno “svelamento” dei veri bisogni che ha il nostro “essere” e non il nostro mentale.
Il profondo piacere che può dare un consapevole ascolto, anche di musica riprodotta, è intimamente legato alla comprensione del “linguaggio” che inevitabilmente ogni catena di apparecchiature possiede. È un qualcosa che continuo a ripetere fino alla noia: la mancanza della corretta contestualizzazione può vanificare ogni sforzo, sia economico che tecnico.
Il non aver ben chiaro che non esiste “l’impianto migliore”, ma semplicemente vi sono infiniti “modi” per cercare di significare“l’anima” del messaggio musicale, e ogni “modo” ha obbligatoriamente un suo “paesaggio”, può portare a cocenti delusioni: un po’, per fare un banalissimo esempio, come costruirsi una stupenda baita alpina... in riva al mare!
I molti e costosissimi impianti che, ormai, in vita mia ho ascoltato e che non dicevano rigorosamente nulla, pur essendo costituiti da “pezzi” di assoluto valore, sono sempre stati la riconferma di questa mancanza di semplice cultura che fa compiere il gravissimo errore di “collocare” un giusto impianto in un contesto sbagliato, soprattutto mentale.

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Una Parabola

In un sutra, Buddha raccontò una parabola:Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre.
Si mise a correre, tallonato dalla tigre.
Giunto ad un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto.
Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo.
Soltanto la vite lo reggeva.
Due topi, uno bianco ed uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola.
Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola.
Com’era dolce!

Tratto da “101 Storie Zen” (ed. ADELPHI)

 

www.fedeltadelsuono.net

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