Lorenzo Zen
1ott/090

Lo Zen nella vita di un mendicante

Lo.Zen e l’arte del ben riprodurre

Ascoltare intensamente e profondamente la musica preferita con un meraviglioso impianto di riproduzione è un po’ come fare all’amore (...magari amore platonico, ma pur sempre amore...): è un rapporto intimo che ha bisogno di solitudine, di silenzio e di ordine.La musica è armonia e per poterla interamente assaporare bisogna obbligatoriamente essere avvolti in un contesto di altrettanta armonia (...personalmente devo dirvi che non riesco a godermi un ascolto se, per esempio, la stanza è in disordine...). Forse riterrete che il mio esempio sia un po’ forzato, ma, se guardate bene, il grande coinvolgimento, il rapimento (per riprendere le parole di Dante), la particolare sintonia che si può realizzare anche nell’ascolto di seconda generazione, nella “traduzione” che ogni impianto fa dell’evento originale, sono tutte condizioni che evocano un rapporto rigorosamente a due: la musica e l’ascoltatore. L’ascolto in pubblico mi ricorda, sinceramente, una specie di orgia nella quale, inevitabilmente, si sconfina nell’ambito del “prestazionale” con, quindi, pochissimo amore (pochissima musica) e moltissimo sesso (moltissimo cerebrale coinvolgimento nelle prestazioni delle apparecchiature).
Saper ascoltare correttamente non è facile, soprattutto quando non è ancora perfettamente chiaro in noi quello che la nostra specifica cultura ci indirizza ad ascoltare. La “scuola di pensiero” da dove proveniamo e dove ci siamo fatta la nostra esperienza, è fonda-mentale nel darci l’imprinting che guida in noi il collegamento orecchio-cervello-percezione. E se siamo nella convinzione che certa tipologia di suono sia bella, anche se per tutti gli altri è banale e volgare, non c’è storia: noi la sentiamo bella! Non si spiegherebbero altrimenti i giudizi assolutamente contrastanti che i vari audiofili danno dello stesso ascolto.
Però, per favore, che nessuno, adesso, mi tiri ancora in ballo la storia che il suono riprodotto è “giusto” quando è come “dal vivo”, perché questa è una impossibilità bella e buona, ormai documentata da tanta, seria letteratura: un impianto di riproduzione, anche fosse da dieci milioni di euro (...anzi più costa, più è difficile farlo suonare all’altezza delle aspettative) sarà sempre e solo un impianto di riproduzione e, nella migliore delle ipotesi, avrà solo la capacità di evocare, proprio nel significato etimologico, l’evento originale; non fosse altro per la mancanza della presenza fisica degli esecutori con tutto quello che questa comporta, sul piano pranico, relazionale ed emotivo.
Comunque, v’e da precisare che non v’è quasi mai disaccordo sulla valutazione delle singole specificità, sui ben specificati parametri: trasparenza, nitidezza, collocazione spaziale, impatto, granulosità del messaggio, ecc, ecc. Le “grandi lotte” avvengono sempre sull’importanza che, nel contesto, ognuno attribuisce al singolo parametro. Per banalmente esemplificare, c’è chi pretende che le note basse del pianoforte sconvolgano le budella e c’è chi invece vuole che lo stesso pianoforte suoni si dinamico, ma “lontano”, con la tipologia della sala da concerto, a dieci metri di distanza. Per inquadrare meglio la problematica, cerchiamo di fare un altro semplice esempio (tutti quelli che da anni mi leggono sanno che le mie “parabole” riguardano spesso il gentil sesso... io continuo così. Portate pazienza per la monotematicità, ma mi preme troppo essere inequivocabilmente chiarissimo, usando inequivocabili argomenti!): se, per stravagante opportunità, dovessi scegliermi (...e mi scusino le dolci femminee creature per questa “operazione maschilista”, ma è solo per esemplificare...) una “compagna di viaggio” per una vacanza in giro per il mondo, saprei perfettamente “cosa” cercare.
La vorrei ritrosa, educata, altera (nell’antico significato del termine), semplicemente carina, assolutamente non formosa e, soprattutto, intelligente, interiormente elegante, ricettiva ed intuitiva. Orbene, se si fa una veloce disamina dei “desiderata” si nota immediatamente che la mia scelta verte fondamentalmente sulla ricerca di una “scarnificazione” esteriore e di una “ricchezza” interiore. Ovviamente sarei estremamente sciocco se proclamassi che costei è “il tipo” di compagna ideale. Il mio tipo è semplicemente il mio tipo... e basta! (Infatti sento in lontananza il borgataro di turno che sbraita: “ Eh no! Io la vorrei super gnoccolona e da sballo!... )
Mi sembra sia chiarissimo il concetto: non è vero che nella valutazione degli impianti si possa “far ordine” con il dato di targa, la caratteristica tecnica e la prova “oggettiva”! Quando un suono è potente è potente, quando è distorto è distorto, quando è impastato è impastato, e quando è limpido è limpido! Sono evidenze che anche il più imbranato degli ascoltatori sa riconoscere!
Viene fatto ordine quando vengono chiaramente analizzate e specificate le diverse “versioni dei fatti” che possono essere fornite nel“raccontare” l’evento musicale da ri-produrre. Viene fatto ordine quando vengono forniti gli strumenti con i quali ogni ascoltatore possa chiaramente individuare la “versione” che più si attaglia alla sua situazione, alla sua cultura, alle sue possibilità economiche, ecc, ecc.
Tutto il resto è vaniloquio, è pettegolezzo adatto solo a fomentare contrasti che poi (oh guarda!, oh guarda!) servono, il più delle volte, a salvaguardare squallidi interessi di bottega: si parla male del tale prodotto perché è in concorrenza con quello contrabbandato dal “compagno di merende”. E, per tornare all’esempio della “compagna di viaggio”, tutti sarebbero concordi, vedendola, nel giudicarla carina, educata, non formosa! Il pomo della discordia non sarebbe rappresentato dalla comune considerazione delle evidenti realtà, ma bensì dal banalissimo fatto che altri, questa benedetta fanciulla, la vorrebbero totalmente diversa!
Non vi potrà mai essere accordo fra coloro che, nella relatività della riproduzione non si aspettano e non ricercano identiche modalità ed identiche caratteristiche. Succede così anche al ristorante: è inutile che mi portino un superbo vino rosso, corposo e profumato se io mi aspetto delle fresche ed entusiasmanti “bollicine”! Sarò assolutamente insoddisfatto, ma non per mancanza di qualità del prodotto offerto, semplicemente per “errore di direzione”.
Ogni audiofilo, magari inconsciamente, si aspetta dall’ascolto cose ben precise e se non le sente rimane deluso ed insoddisfatto. Ed è inutile litigare dando del minus habens a chi non è d’accordo con la propria tipologia d’ascolto: ogni scelta, se consapevole, è assolutamente equipollente!
Quindi, le divergenze e le contestazioni a volte antipaticamente traumatiche, non riguardano ciò che si ascolta, ma, come abbiamo detto, ciò che consciamente od inconsciamente ci si aspetta da quegli ascolti.
Ritengo, quindi, che più che immergersi, come cretini, in maratonesche audizioni sarebbe più opportuno analizzare cosa sia più ragionevole ed opportuno aspettarsi da un impianto di riproduzione assolutamente contestualizzato in tutti i vari parametri.
Fare tutte le dissertazioni possibili nell’esame delle varie “compagne di viaggio” non serve rigorosamente a nulla se prima non abbiamo, in noi, estremamente chiaro cosa ci aspettiamo scaturisca e cosa constatiamo scaturisce nell’alchimia di quell’incontro e di quella frequentazione. Il caotico relativismo da contrastare, quindi, non concerne il piano tecnico, ma bensì il piano mentale e non servono rigorosamente a nulla gli ascolti “ciechi” o “doppi ciechi” o “tripli ciechi” che dir si voglia. Bisognerebbe, con grande onestà intellettuale, acclarare le singole aspettative ed il perché di quelle aspettative, operando una seria analisi culturale che avesse come principio informatore la musica e non certo le prestazioni tecniche.
Credo, quindi, che ad un certo livello di consapevolezza, sia ormai inutile parlare ancora di “fedeltà della riproduzione”, di “segnale in uscita uguale a quello in entrata” o, peggio ancora, volere “un suono come dal vivo”. In queste pagine cerchiamo di parlare di “arte della riproduzione” e quindi la tecnica della riproduzione risulta essere semplicemente un supporto, “uno sgabello” che contribuisce a farci pervenire a quel ben preciso impatto emozionale, ma non è sicuramente il fine ultimo del nostro ricercare.
Spero, cioè, che ormai sia chiaro per tutti che la ri-produzione è e deve essere considerata sempre e comunque, una delle tante “traduzioni” possibili dell’evento originale. E tutti sappiamo che la traduzione di un testo affascinante sicuramente è ben fatta non quando è fedele al testo originale, ma quando riesce a suscitare il fascino del testo originale.

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Lo Zen nella vita di un mendicante

Ai suoi tempi, Tosui era un famoso insegnante di Zen. Aveva vissuto in parecchi templi e aveva insegnato in diverse province. L’ultimo tempio nel quale si era recato contava tanti seguaci che Tosui decise di smettere i suoi corsi, e nel comunicare a tutti questa sua decisione, consigliò ai discepoli di andarsene ciascuno dove voleva. Da quel momento si persero le sue tracce.
Tre anni dopo, una dei suoi discepoli scoprì che viveva con alcuni mendicanti sotto un ponte di Kyoto. Subito implorò Tosui di istruirlo.
“Se riesci a fare quello che faccio io sia pure soltanto un paio di giorni, forse posso istruirti” rispose Tosui. Così l’ex discepolo si vestì da mendicante e passò una giornata con Tosui. L’indomani uno dei mendicanti morì.
A mezzanotte Tosui e il suo allievo portarono via il corpo e lo seppellirono sul fianco di una montagna. Poi tornarono nel loro rifugio sotto il ponte.
Tosui dormì profondamente per il resto della notte, ma il discepolo non riuscì ad addormentarsi. Quando venne il mattino Tosui disse: “Oggi non dobbiamo mendicare il cibo. Il nostro amico morto ce ne ha lasciato un po’”. Ma il discepolo non poté mangiare nemmeno un pezzetto. “Lo sapevo che non avresti potuto fare come me” concluse Tosui “Vattene e non seccarmi più”.

Da “101 storie Zen” (ed. Adelphi)

 

www.fedeltadelsuono.net

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