Lorenzo Zen
1set/090

Proporzione perfetta

Lo.Zen e l’arte del ben riprodurre

Il maestro Riccardo Muti, nella sua introduzione ad una lezione-concerto durante un magico festival di Ravenna, a proposito dell’ascolto della Musica (ovviamente con un linguaggio molto diretto e colloquiale, ma egualmente altamente suggestivo) fra l’altro ha detto:

“...è molto importante, anche, seguire, sapere cosa si ascolta... il che non significa che bisogna comprendere... la Musica non è comprensione, ma è assolutamente rapimento, come dice Dante nel Paradiso. Quelli che dicono: “...quello è un competente, quello capisce...” non significa assolutamente niente... neanche io capisco niente... capisco la forma, capisco cos’è scritto, capisco le note e capisco la strumentazione, ma dietro quelle note c’è l’infinito, che ognuno di noi cerca di interpretare in qualche modo, sapendo a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e  che la Verità, con la V maiuscola ci sfuggirà sempre: Ed è questo il bello della Musica.”

E poi, in un altro momento di colloquio con il pubblico, con alle spalle quella incredibile orchestra che vibra nell’entusiasmo di cento giovani, ha ribadito:

“La Musica è evocazione di uno stato d’animo, non è realtà. Noi non dobbiamo cercare di concretizzare una situazione sonora in modo da farla diventare film: è una evocazione dello spirito, sempre.”

Ecco, io credo che queste parole del maestro, se effettuiamo la opportuna “traduzione”, possono essere applicate anche nella ricerca del “ben riprodurre”, nella inesauribile ricerca di come si possa, credibilmente, far sgorgare Musica anche in seconda generazione, anche in ri-produzione.
Anche quando egli parla di “quelli che sanno”, “quelli che capiscono” il parallelo è perfetto! Quante volte l’audiofilo, nella sua anche intrigante ricerca, pende dalle labbra del sedicente esperto o acriticamente si affida a quello che è stato scritto, a quello che è stato detto, alle recensioni...
La recensione può essere utile strumento di descrizione tecnica nell’ambito puramente quantitativo, oppure, se portata consapevolmente in essere da persone di comprovata esperienza, può anche diventare interessante momento per avere l’accurata presentazione della “tipologia” del tale prodotto, per avere chiara indicazione sul risultato sonico che quella apparecchiatura persegue ed eventualmente ottiene.
La recensione, inoltre, può aiutare ad orientarsi nel “mare magnum” della produzione mondiale, aiutare a districarsi in questa giungla ove migliaia di prodotti, a volte assolutamente inutili, servono solo a soddisfare l’ansia di protagonismo (o l’ansia di guadagno!) del tale o talaltro“progettista”, tenendo in piedi un business che con l’amore per la musica non ha sicuramente alcuna relazione. Il recensore, poi, nella migliore delle ipotesi potrà sinceramente esternare le sue sensazioni, le sue emozioni, il suo coinvolgimento... ma voi non siete lui! E probabilmente voi avete tutt’altra preparazione, tutt’altra cultura, tutt’altra sensibilità e magari diversa estrazione sociale e quindi diversa angolatura nella percezione del reale: non è il caso di vedere se è peggiore o migliore, è semplicemente differente. E il “rapimento”che una emozionante riproduzione può darvi è una quiddità assolutamente vostra ed ineffabile.
Poi, nella comunione degli animi, possiamo condividere quel rapimento, vibrare sulle stesse corde, possiamo riconoscerci ed esaltarci nella sintonia e nell’accordo (l’etimo dei termini è assolutamente chiarificatore), mail tutto riveste comunque e sempre, un aspetto qualitativo e non quantitativo e quindi assolutamente debordante nella sfera del sovrarazionale e pertanto del non oggettivamente indagabile.
Forse ora è il caso di fare veloce accenno alla ormai arcaica querelle fra, grossolanamente definendo, “scientismo” e “umanesimo”: personalmente sono convinto che bisogna avere la chiara consapevolezza che nel giudizio concernente i “sapori” della vita (illuminante anche qui la medesima etimologia fra “sapere e “sapore” e significativa la comune e semplice espressione che parla di “gustare” una melodia o un racconto o una brezza notturna...) non può esistere nessuna “oggettività”, nessuna obbligatoria ripetibilità.
Forse si connota proprio qui il grande incespicare, mai risolto, di coloro che “non si fidano” delle proprie percezioni e vogliono costantemente rifugiarsi nelle “certezze”delle prove oggettive e oggettivamente ripetibili, delegando la quantità a balbettare sulla qualità.
Forse tutto il loro dramma sta unicamente in un non chiaro “senso dell’esistere umano”: quando vogliono dare alla “scintilla” che scandisce la differenza fra l’uomo ed il cadavere una connotazione razionale e razionalmente indagabile, commettendo il pacchiano errore di confondere l’infinito con l’indefinito, cercando, come nel famoso apologo di Sant’Agostino, di riversare tutto il mare nella buca scavata sulla spiaggia, confondendo l’immensità del percepibile con la finitezza del limite. E, infine, tornando al nostro splendido “gioco” che permette al sapore della musica di essere potenzialmente evocato nella nostra stanza d’ascolto, voglio riallacciarmi alle iniziali parole del maestro Riccardo Muti: pensate a quando dice: “...neanche io capisco niente...”, che salto di qualità viene espresso nella considerazione di quali livelli la musica può far intravedere.
La sua affermazione suona come il “so di non sapere” del vero saggio che ha visto spazi immensi dove noi, tutti ripieni dei nostri “lumi”, abbiamo eretto limitanti muraglie, ribadisce come il mistero generato dalla musica trascenda la “meccanicistica” del segno che la rende possibile, fa presentire l’infinito dove la nostra povertà arranca sulle note.
E così voglio ricordare che anche noi, che per professione dobbiamo pur occuparci delle “macchine che generano suono”, non dobbiamo mai offuscare con “la nota” “l’infinito che sta dietro ad ogni nota”, non dobbiamo mai barattare le apparecchiature con la musica che loro tramite può sbocciare, non dobbiamo mai indugiare sul dito indicante, ma correre sempre, con lo sguardo e la considerazione, alla “casta Diva”, alla splendente Luna.

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Proporzione perfetta

Sen no Rikyu, un maestro di rituale del tè, voleva appendere un cestino di fiori su una colonna. Chiese a un falegname di aiutarlo, e lo guidò nel lavoro dicendogli di spostare il cestino un po’ più su o un po’ più giù, più a destra o più a sinistra, finché non ebbe trovato il punto giusto. “Così va bene” disse finalmente Sen no Rikyu. Il falegname, per mettere alla prova il maestro, segnò il punto e poi fece finta di averlo dimenticato. Era quello il punto giusto?
“Forse era qui? O qui?” continuava a domandare il falegname, indicando diversi punti della colonna. Ma il maestro di rituale del tè aveva un così perfetto senso delle proporzioni che approvò soltanto quando il falegname tornò ad indicare esattamente il punto scelto prima.

Tratto da “101 Storie Zen” (ed. ADELPHI)

 

www.fedeltadelsuono.net

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