La vera verita’
Lo.Zen e l’arte del ben riprodurre
Sono sempre stato affascinato da quei particolari momenti nei quali la realtà sembra essere attraversata da un attimo di sospensione, e viene evidenziato un “passaggio”: in quel frangente ci si accorge che, inequivocabilmente, qualcosa finisce e qualcosa di nuovo ha il suo incipit...
L’altro giorno ho avuto la netta percezione di vivere l’istante nel quale l’estate ormai esalava ed arrivava l’autunno con tutto il suo carico di malinconiosa personalità.
Già dalla mattina si erano accumulati nuvoloni più grigi e più consistenti del solito, soprattutto nella pesante persistenza che non aveva più nulla della repentinità e fugacità dei temporali estivi. Era arrivata, poi, la pioggia accompagnata da poderose folate divento e si intuiva che queste provenivano da lontano e non parlavano più la lingua dell’estate... Ad un certo punto il vento aumentò, diventò un turbine travolgente e incominciò a squassare con inaudita potenza gli alberi del giardino: dal finestrone del mio studio vedevo l’imponente abete grigio che sovrasta le case vicine, piegarsi ed ondeggiare paurosamente liberando una incredibile nuvola di polline dorato.
Era uno scontro affascinante: sembrava che il vento volesse svellerlo e portarlo con sé; l’immensa massa ondeggiava e tutti i rami si sbracciavano in ogni direzione, mentre il grande tronco, nell’inconsueto flettersi, faceva intuire quanto grande fosse l’energia che in quegli istanti si manifestava e prendeva corpo... Era una contesa titanica, ma si respirava solo maestosa e tremenda serenità; nella natura non v’è inganno, non v’è menzogna, non v’è riserva mentale: tutto ciò che avviene è retto da una stringente consequenzialità che si articola nel semplice rapporto causa/effetto.
Quel giorno ho potuto contemplare forze e resistenze che grandiosamente si confrontavano ed il risultato era governato dalla “verità” e, assolutamente, era sempre “geometricamente” ineccepibile. Non capita questo fra gli umani, ove l’interesse privato e la frode gestiti da un mentale corrotto, avvelenano la circostanza e lo strepito verboso dei nostri supposti reggenti piega e spinge il convivere in vicoli ciechi, per uscire dai quali, le future generazioni dovranno pagare lacrime e sangue... se pure sarà concesso uscirne!
La inimmaginabile differenza fra ciò che “è” e ciò che ci viene contrabbandato come “reale” risulta essere la causa prima di ogni scontro e di ogni sofferenza, e, purtroppo, spesso i capi popolo hanno il perverso dono del convincimento e così riescono a sospingere il gregge ove la loro pazzia vede verdi pascoli, in luogo delle reali sterpaglie sabbiose...
Sono persuaso che anche in ciò che si ascolta v’è, costantemente, l’imputazione personale che filtra e a volte stravolge tutto ciò che, fisicamente, arriva al nostro orecchio e, allora, essendo ancora“posseduto” dalle considerazioni che Madre Natura, nella sua epifania, mi ha obbligato a concepire, oggi non voglio più filosofeggiare con elucubrazioni mentali, ma solo semplicemente narrarvi un episodio che, inequivocabilmente, dà segno del grande condizionamento che i pre-giudizi, le pre-sunzioni e i pre-concetti operano in noi.
Un vecchio conoscente, un po’ tecnico audiofilo, un po’ saputello, un “po’ tanto” ripieno dei propri convincimenti e un po’ anche cliente, è passato, inaspettato, per il mio studio: sapeva che stavo allestendo una importante e ben precisa catena di riproduzione (nella quale il costruttore, dal fonorivelatore al diffusore, mette in chiara luce la propria visione delle cose...) e, così, voleva un po’ “sbirciare” la sonorità di quel prodotto che, per le sue convinzioni, per quel che aveva sentito e per quello che veniva dibattuto sui vari forum, non era assolutamente rispondente ai suoi schemi mentali. In parole povere voleva un po’ ascoltare per riconfermarsi nella convinzione che quel suono non era quella “giusto”.
La stanza d’ascolto, nella quale andava prendendo corpo l’intrigante sistema, è al primo piano e, quando lui è arrivato, dall’ampio spazio aperto stavano giungendo sino al pianoterra, le note di un pianoforte che scandiva un tranquillo Mozart: scendeva sino a noi la semplice perfezione del grande salisburghese con l’andante cantabile della KV 330.
Mentre mi disponevo a portare il cliente al piano superiore, decisi improvvisamente di fermarmi ai primi gradini della scala e gli dissi: “Dai, sii onesto, non senti quanta disarmante verità in questo pianoforte... non senti la naturalezza, la non artificiosità... non senti che non v’è l’hi-fi in questo suono che non vuol stupire, non vuol impressionare, ma vuole solamente significare la bellezza e l’armonia che il compositore ha saputo fissare in queste semplici note?”
A queste mie chiare affermazioni lui, lì, fermo su quel primo gradino, incominciò a pontificare su tutto ciò che, secondo la sua visione, in quel suono non andava bene: mancavano i bassi, non v’era trasparenza, non v’era definizione, ecc., ecc., ecc.
Io lo lasciai sfogare: parlò a lungo con le stesse parole che molti pseudo recensori, “per nulla giornalisti”, usano nel commentare le apparecchiature sulle pagine delle nostre riviste di HI-FI. E poi salimmo.
Dovrei avere grandi doti di scrittore per potervi “illustrare” la faccia del personaggio quando arrivò in cima alle scale. I grandi romanzieri, ricorrendo alle similitudini o ad un espressivo linguaggio figurato, sanno perfettamente rendere l’idea, sanno perfettamente raffigurare le situazione facendoci calare nel sapore dei fatti descritti.
Io non ho nessuna di quelle doti e allora mi limito alla nuda narrazione: il nostro criticone, fatti gli ultimi gradini vide davanti a se un mio caro amico, ottimo pianista, che sul mio stupendo mezza-coda (...quella volta mi aiutò nella scelta un valido esperto...) eseguiva quella semplice ed affascinante melodia di Mozart.
Non era il suono di nessun impianto, ma era la “banale” e disarmante verità del reale... Nessuna traduzione, ma il testo originale che inaspettatamente parlava con voce propria. Ovviamente non vi furono parole, ma solo tremendo imbarazzo: era la tipica circostanza dalla quale uno non sa come uscirne, anche perché capisce che ogni parola detta non farebbe che aggravare la già terribile figuraccia!
Sono quelle situazioni che farebbero chiudere la bocca per l’eternità ad ogni sproloquiante audiofilo e sarebbe stupendo poter trovare il modo per reiterarle al fine di dare tranquillità al mercato e operare una sacrosanta disinfestazione da tutti quei falsi esperti che, con le loro perentorie affermazioni, contribuiscono unicamente allo scompaginamento del settore. Ruppi io il silenzio presentando il mio amico pianista che imperterrito continuava il suo Mozart: quando viene a trovarmi mette subito le mani sul pianoforte perché lo trova armoniosissimo e delizioso. Anche in questo settore dobbiamo constatare che strumenti assolutamente identici, usciti dalla stessa fabbrica hanno, a volte, sonorità molto diverse: io ringrazio sempre quel maestro che mi aiutò nell’acquisto, perché il suo orecchio esperto seppe consigliarmi uno strumento veramente affascinante!
Il pianista frattanto aveva terminato quell’andante e io mi sentii in dovere di rincuorare il malcapitato: “Tranquillo” gli dissi “neanche sotto tortura rivelerò mai il tuo nome; sarebbe uno sputtanamento a vita, che non gioverebbe a nessuno... vediamo, invece, di sfruttare questa occasione per aiutarti a capire ciò che in nessuna maniera può esserti spiegato: ritorna giù dalle scale... il mio amico ricomincerà il brano e tu avrai una nuova consapevolezza: sapendo ora che è un vero pianoforte a suonare, vedrai, sentirai un suono diverso!”
Purtroppo non è possibile programmare simili esperienze: v’è solo la fortuna “del non sapere” che può aiutarti a conoscere veramente... sembra un gioco di parole, ma è così! Quel cliente ha avuto una opportunità che passa unicamente per il “fattore sorpresa” e la sua fortuna fu grande, perché poté toccare con mano ciò che addirittura neanche era nel suo orizzonte mentale. Sentì e capì, ed ebbe l’opportunità di poter realizzare l’operazione più importante che, nell’ambito della consapevolezza, un essere umano possa compiere: incominciare a diffidare di se stesso. V’è da dire, poi, che la “scienza”, così come è concepita nel mondo moderno, serve a ben poco quando siamo di fronte a problemi che riguardino la psicoacustica: la scienza ci aiuta nella fisica, e l’acustica è fisica, ma la psicoacustica no!
Vi è, nella psicoacustica, una contaminazione della “fysis” (termine greco che vuol dire “natura”) con la parte “sottile” e la parte “trascendente” dell’essere umano e pertanto si va a sforare in ambiti che non sono indagabili con mezzi “razionali”.
Dobbiamo sempre tener presente che l’ascolto della musica riguarda la psicoacustica e quindi invocare la fisica, nelle eventuali dissertazioni, serve a ben poco.V’era un personaggio, nel panorama del mercato italiano dell’HI-FI degli anni ottanta, che faceva le dimostrazioni col cavetto per altoparlanti rosso e nero (diceva che i cavi sono una truffa), girava col fonometro e argomentava sempre, con spocchiosa sicumera: “Questa è fisica!”. Credo poi sia espatriato, abbandonando il settore, ma non mi sembra che la sua “scuola” abbia prodotto e lasciato qualche frutto. Comunque solo l’esperienza diretta, essendo omni comprensiva, puo venirci in aiuto: io credo che si debba sempre e solo costantemente sperimentare, con semplice umiltà ed immensa curiosità sostenuta dalla disponibilità mentale e da quella apertura alle “cose infinite”che sola può farci socchiudere le porte del sovrarazionale: tentando un riferimento classico, potremmo dire che, nella simbologia Dantesca, questo è rappresentato dall’Angelo che con la “verghetta” viene ad aprire per Virgilio e Dante le porte della Città di Dite, altrimenti irrimediabilmente serrate. E irrimediabilmente serrata resterà anche la “porta stretta” del vero godimento, del vero rapimento che la vera musica non susciterà, fintantoché quella “verghetta” non aprirà la nostra “ Città di Dite”, infestata dai “diavoli” del presumere , del giudicare sulla base delle nostre riserve mentali, dell’argomentare puntellandoci su concetti non sottomessi al sicuro vaglio di un “intelletto sano”.
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La vera prosperità
Un uomo ricco chiese a Sengai di scrivergli qualche cosa per la continua prosperitadella sua famiglia, così che potesse custodirla come un tesoro di generazione in generazione. Sengai si fece dare un grande foglio di carta e scrisse:
“Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote”. L’uomo ricco andò in collera. “Io ti avevo chiesto di scrivere qualcosaper la felicità della mia famiglia! Perché mi fai uno scherzo del genere?”
“Non sto scherzando affatto” spiegò Sengai. “Se prima che tu muoia dovesse morire tuo figlio, per te sarebbe un grande dolore.
Se tuo nipote morisse prima di tuo figlio, ne avreste entrambi il cuore spezzato. Se la tua famiglia, di generazione in generazione, muore nell’ordine che ho detto, sarà il corso naturale della vita. Questa per me è la vera prosperità”.
Tratto da “101 Storie Zen” (ed. ADELPHI)
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